Erga ed.- Renzo Miroglio, uno strano difficile mestiere: la vita di un sindacalista di periferia in diretta dal Facebook di Erga mercoledì 25 alle 17.

ERGA EDIZIONI

Mercoledì 25 novembre alle 17
Renzo Miroglio in diretta FB
dalla libreria laFeltrinelli di Genova
presenta la sua
Vita di un sindacalista di periferia
Prefazione di Marcello Zinola
www.facebook.com/ErgaEdizioni

Mercoledì 25 novembre alle 17, a Genova, Renzo Miroglio presenta il suo volume con una diretta FB dagli scaffali della Feltrinelli di via Ceccardi, www.facebook.com/ErgaEdizioni

Miroglio racconterà la sua carriera, che lo ha visto alla guida di innumerevoli vertenze contrattuali e si è conclusa con la nomina al vertice della CGIL genovese e regionale. Non si tratta di una semplice autobiografia: è una testimonianza che, insieme alle vicende personali, permette di conoscere da un’angolazione inedita un periodo cruciale nella storia recente di Genova.
Infatti, grazie alle memorie dell’Autore, si entra nella crisi produttiva della città degli anni Ottanta e se ne comprende la dinamica attraverso la significativa azione svolta dal sindacato.

Nei molti episodi e personaggi (tutti chiamati in causa con nome e cognome) che segnano gli avvenimenti dagli anni Novanta sino ai giorni nostri, spicca la ricostruzione – inedita anch’essa – dei legami interni all’organizzazione sindacale, della logica delle correnti, della relazione con la Direzione centrale, incluso il rapporto con i segretari nazionali, da Cofferati Trentin, da Epifani a Camusso.
Seguite la presentazione dal FB di Erga
www.facebook.com/ErgaEdizioni


D. – Renzo Miroglio, giovane tecnico che inizia a lavorare in fabbrica e diventa subito un militante impegnato nel Consiglio di fabbrica, perché “Sindacalista di periferia”?

R. – “È una definizione, che può apparire al tempo stesso sminuente o civettuola, e che deriva non solo dal fatto di non essere un dirigente nazionale importante, ma anche dal non appartenere alla categoria dominante della scena genovese, i metalmeccanici.
La controffensiva padronale alle conquiste sindacali negli anni precedenti, e le prime, gigantesche trasformazioni produttive, partono logicamente nel settore privato. Non ne sono subito coinvolti i comparti pubblici e para-pubblici. Incuranti dei problemi che iniziano ad affliggere anche i loro colleghi delle piccole imprese private metalmeccaniche, i delegati delle grandi fabbriche a partecipazione statale, ci criticano per i nostri tentativi di contrattare le ristrutturazioni anziché respingerle con azioni di lotta molto forti, come l’occupazione delle stazioni ferroviarie e blocchi stradali, con blocco della circolazione.
In fondo, noi, figli di un Dio minore, siamo ritenuti incapaci di controbattere adeguatamente alla controparte, a differenza loro che hanno tutto sotto controllo e questa convinzione è diffusa anche tra i commentatori. Noi non abbiamo i numeri per reggere simili iniziative ma soprattutto siamo convinti che le vertenze non si risolvono creando problemi di ordine pubblico con grave disagio per gli altri cittadini. Negli anni successivi, con il progressivo ridimensionamento fino alla scomparsa delle Partecipazioni Statali, si sarebbero accorti di quanto si sbagliassero. Il re, purtroppo, era nudo. I figli di un Dio minore, però, lavorano e si difendono. (Tratto da Vita di un sindacalista di periferia”, pag. 47)

D. – Miroglio, qual è stata la sua motivazione a diventare un sindacalista? Se si chiede ad un bambino cosa voglia fare da grande, potrà rispondere: il pompiere, il poliziotto, l’autista… ma mai il sindacalista”.

R. – “Vero. Anche successivamente, nel diventare adulto, ci vuole un motivo, un episodio, un innesco per scegliere di fare questa strada.
La fabbrica dove lavoravo, a conduzione paternalistica, si trovò coinvolta nel clima di cambiamento. La Commissione Interna, che aveva l’unico compito di vigilare affinché i contratti nazionali fossero rispettati, deve essere sostituta da un soggetto sindacale che contratti miglioramenti economici (il premio di produzione) e normativi (tutela della salute, orari, qualifiche). Sergio De Cortes, persona riflessiva e intelligente, è il punto di riferimento della CGIL in azienda, ed è anche membro della Segreteria provinciale del sindacato chimici, la FILCEA. Mi ferma e mi parla: vuole sapere che pesce sono, che idee di fondo ho. Con cautela mi chiede se intendo iscrivermi al sindacato.
Io riferisco della mia origine da famiglia operaia, padre e zii tutti iscritti alla FIOM CGIL perché metalmeccanici e che quindi, per quanto mi riguarda, considero normale iscrivermi.
Lui apprezza e con garbo mi dice che comunque è meglio lasciare trascorrere il periodo di prova e magari qualche mese in più prima di fare la tessera. Il motivo di tanta cautela, era (ma lo avrei saputo dopo) che nessun impiegato si era mai iscritto alla CGIL.
Scoprii in seguito che la cosa non era esatta. Esisteva un tecnico, il dottor Bertozzi, responsabile del Collaudo, iscritto alla CGIL non per ragioni ideologiche ma per spirito contestativo verso le scelte di valutazione e utilizzo del personale (di lui in particolare) da parte della Direzione.
Il titolare invece ogni tanto veniva a visitare la fabbrica. Un giorno viene anche al reparto Industria con un codazzo di dirigenti e s’insedia nel gabbiotto, dove il caporeparto ed io avevamo le scrivanie. Si siede alla mia. Mette le lunghe gambe sul ripiano con le belle scarpe nere vicino alle mie carte e chiede al caporeparto notizie sull’andamento della produzione.
Scambia alcune opinioni con i dirigenti, poi si rivolge a me, in genovese: “E ti cumme ti stè? Ti te trovi ben?” tradotto “Come stai? Ti trovi bene?” Poi perfidamente aggiunge, per rendere edotto tutto il suo stato maggiore, “E cumme u stà quellu cu t’ha raccumandou? Cumme u se ciamma, ciù?” tradotto “E come sta quello che ti ha raccomandato? Come si chiama più?”.
Non so se l’ha fatto per umiliarmi davanti agli altri o per naturale quasi inconsapevole insolenza. Propendo per la seconda ipotesi, visto che tutti entravano raccomandati in azienda. Quando esce dall’ufficio, ero silenziosamente furibondo. MI iscrissi al Sindacato.

D. – Nel volume racconta parecchio sull’organizzazione interna della CGIL, sulle correnti di partito e le correnti di orientamento politico-sociale.
R. – “Sì. Lo statuto non scritto della CGIL ha previsto per lungo tempo un’organizzazione suddivisa per componenti di partito: la comunista (quasi due terzi), la socialista, (quasi un terzo), la terza componente (i pochi resti), dove stavano quelli non organici ai grandi partiti tradizionali. Fino a quando, con la crisi dei grandi partiti e sotto la direzione di Bruno Trentin, la CGIL cambia il suo modello organizzativo. Ne parlo diffusamente; così come delle relazioni con la CULMV, del passaggio della guida della CGIL da Pizzinato a Bruno Trentin, con la crisi del 1992 e la fine della scala mobile e la comparsa dei Sergio Cofferati, per arrivare al congresso di Rimini del 2010, con una CGIL spaccata per la prima volta nella sua storia su due posizioni contrapposte: quella di Epifani e di larga parte dei dirigenti e quella della FIOM, che raccoglie il consenso di rifondaroli di tutte le categorie e, incredibilmente, del gruppo degli ex cofferatiani con i quali avevo avuto anche occasione di incontrarmi, conoscendo tra loro antichi amici, come Mauro Guzzonato.
“Questi ultimi erano stati effettivamente allontanati dai posti di maggiore responsabilità e quindi criticavano pesantemente la gestione Epifani non solo sul piano politico generale, per il suo comportamento poco deciso, ma anche sul piano organizzativo, per aver rivalorizzato, al di là dei meriti, molte compagne e compagni ex socialisti.
Il fatto che, sei mesi dopo il Congresso, Epifani avrebbe lasciato l’incarico di Segretario Generale per scadenza di mandato e che avesse già lasciato trasparire che la proposta per la sua successione sarebbe stata quella di Susanna Camusso, li aveva convinti a stringere un patto innaturale con i sinistrorsi e la FIOM, cosa che mi aveva definitivamente allontanato da loro.
Per ragioni simili, più o meno comprensibili, vanno a rinforzare la posizione alternativa i gruppi dirigenti della FP, con Podda in testa e dei bancari con il loro segretario generale Domenico Moccia.
La mozione prende appunto il nome “mozione Moccia”. È una piattaforma che disegna un sindacato antagonista, conflittuale, presuntuosamente autosufficiente. Indigeribile”(Vita di un sindacalista di periferia, pag 121)


Nelle immagini, Miroglio con Susanna Camusso, con Anna Giacobbe e Manuela Noli, con Federico Vesigna, al Congresso di Rimini del 2010, con Sergio Cofferati, con Gianfranco Angusti e Bruno Spagnoletti, con Andrea Ranieri e Sergio Cofferati.

Renzo Miroglio nasce a Genova il 13 febbraio 1949; perito chimico industriale, inizia come impiegato tecnico alla BOERO Colori nel 1971, nel 1977 è chiamato come sindacalista a tempo pieno nella FILCEA, il sindacato chimici della CGIL. Ne diviene Segretario generale provinciale nel ’79. Nell’84 entra nella segreteria della Camera del Lavoro di Genova, e nell’88 passa alla FILT, il sindacato dei trasporti della CGIL, come Segretario Generale Regionale. Nel 1993 torna in Camera del Lavoro di Genova come Segretario Generale e ricopre l’incarico fino al 2000. Si presenta alle elezioni regionali nelle liste del PDS ma non viene eletto. Per quasi due anni fa il co.co.co. per Coop Liguria e nel 2002 viene richiamato in CGIL come Segretario Generale della Camera del lavoro del Tigullio. Nel 2003 passa alla direzione della Funzione Pubblica come Segretario Generale Regionale e nel 2008 diventa Segretario Generale della CGIL Ligure.
Oggi è pensionato.
Vita di un sindacalista di periferia – di Renzo Miroglio
Erga Edizioni, Genova –  9 Euro –  148 pagine –  14 x  21 cm – Brossura
ISBN:  978-88-3298-218-3
Erga edizioni – Mura delle Chiappe 37/2 – 16136 Genova Tel. 010 8328441
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