La Macedonia come la Svezia: continua l’incubo mondiale dell’Italia.

di Mario Piccirillo

Quattro anni fa la mancata qualificazione ai Mondiali fu uno shock, oggi usciamo quasi con rassegnazione.

Il Portogallo, dicevano. E invece è la Macedonia del Nord il boia mondiale dell’Italia. I campioni d’Europa non andranno in Qatar. Un’altra Svezia, quattro anni dopo. L’apocalisse di un calcio traumatizzato. Tenuta a casa per un altro quadriennio da un gol di Trajkovski in pieno recupero, una beffa ma mica tanto. Hai voglia a ricordare gli Europei, quelli sono passato remoto. Il presente è fatto di stenti. Di un sistema che adesso rispunta dall’ombra, come i due rigori sbagliati da Jorginho. I fantasmi. Dal bel gioco alla sofferenza, quella vera.

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Sul prato di Palermo resta inchiodata anche la solita epica della resistenza italiana. La Nazionale in casa era imbattuta: 59 partite in Italia, 49 vittorie e 11 pareggi. Ora c’è anche la ferale sconfitta. E i discorsi già in scaletta: la vulnerabilità del sistema calcio italiano, l’indisponibilità dei club a fermarsi per concentrarci sui play-off, l’indifferenza sottolineata anche da Mancini. L’Italia resta fuori dal Mondiale nella noncuranza generale, mentre Lega e Federcalcio sono alla rissa politica. Gravina aveva già anticipato che non si sarebbe dimesso. Ma adesso s’ode solo il rintocco delle campane a morte. Quattro anni fa la mancata qualificazione ai Mondiali fu uno shock, oggi usciamo quasi con rassegnazione. Come se lo sapessimo e faticassimo a dircelo con franchezza.

 

Nel 2017 si scatenò una mezza rivoluzione: cambio in panchina, al vertice della federazione (via Tavecchio) e in Lega, dopo un commissariamento del Coni. Ci inventammo, persino, le seconde squadre Under 23 per allevare i giovani alle durezze del calcio vero, in serie C. È rimasta solo la Juve, e oggi in quella rosa ci sono 10 stranieri. Per tirare una linea con la scorsa estate di gloria Mancini se la gioca coi “suoi” Immobile, Florenzi, Insigne, Jorginho, Verratti, Chiellini: con la Svezia c’erano.

 

Più che per graditudine il ct cercava continuità, niente fronzoli o esperimenti. La difesa, Mancini-Bastoni, inedita per necessità. Ma non è lì dietro che a Palermo l’Italia ha perso. Non è più il tempo della fatica e dell’attesa, come usava qualche anno fa. Ora la Nazionale attacca per principio, quasi per imperativo categorico. Si installa nell’area avversaria e non produce che pressione e caos. Al 29′ ci pensa Dimitrievski, ipnotizzato dalla costruzione dal basso suicida: passa il pallone direttamente a Berardi, con la porta sguarnita. L’attaccante del Sassuolo pensa bene di ricambiare il regalo, tirando educatamente tra le braccia del portiere. Altrettanto due volte Immobile e un rimpallo quasi da Var non sortiscono effetto. Negli ultimi 10 metri l’area è fatta di sabbie mobili, la paura divora la precisione. Il primo tiro della Macedonia, elementare, segna lo scadere del primo tempo.

 

Una partita dal tema scontato, che l’Italia prova a scardinare con l’unico attaccante visibilmente in palla: Berardi, che tira, ci riprova, un rimpallo, una parata, il bersaglio mancato d’un niente e dopo – col destro – di almeno un paio di metri. Quando al 62′ si fa stoppare ad un soffio dal gol, Mancini gli affianca il compagno di squadra Raspadori, via Insigne. Ci prova pure Bastoni, hai visto mai. Si va per tentativi: dentro anche Tonali e Pellegrini, per Immobile e Barella. E infine Chiellini e Joao Pedro. Tutte le carte sul tavolo. I supplementari sono lì. E invece al 93′ la Macedonia tira e segna. Il calcio funziona così. In Italia non funziona più. S’è rotto.

Agenzia DiRE  www.dire.it

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