Marino. bibliopop successo Santoro.

Acab/Bibliopop APS

 

Marino: Bibliopop ha proposto Michele Santoro per continuare la diffusione di cultura di qualità. Santoro denuncia: basta vivere nella cultura dell’emergenza! E’ cancro che devasta la nostra società. Ottimo contributo di Marco Onofrio.

Venerdì sera a Marino si viveva aria di chiusura di campagna elettorale per il ballottaggio in corso per sindaco e consiglieri comunali. Ma non alla Sala Teatro Vittoria. Non nell’iniziativa programmata da tempo che ha visto ospite Michele Santoro, in chiave di scrittore-giornalista, col suo ultimo libro “Nient’altro che la verità”. Il promotore primo, Enrico Del Vescovo, presidente di Italia Nostra Castelli romani (tra l’altro in questi giorni chiamato a ricoprire incarichi nazionali nella stessa organizzazione), può dirsi soddisfatto se in questo frangente decine e decine di cittadini, con il piacere di vedere molte donne e giovani, hanno scelto di impegnare un po’ del loro tempo per partecipare a questa serata. Allo stesso modo, Sergio Santinelli, presidente di Acab/Bibliopop APS, che ha organizzato l’evento scegliendo di puntare sulla più capiente Sala Teatro in alternativa alla ormai storica Biblioteca popolare della ex chiesetta di S. Maria delle Mole, si dice soddisfatto per la conferma di come rimettendo in campo qualità dello scenario culturale locale e nazionale, a seconda dei vari aspetti dal letterario librario, ai convegni, e alle feste solidali, Bibliopop sta confermando il proprio ruolo trainante a Marino, ai Castelli e oltre del resto apprezzato da moltissimi cittadini. Nello svolgimento della serata introdotta da un saluto di Del Vescovo e dalla traccia del perché e cosa sia Bibliopop a cura del coordinatore Maurizio Aversa, ha quindi preso la parola lo scrittore e critico letterario Marco Onofrio che ha proposto “note di lettura” del libro di Santoro (a seguire proponiamo l’integrale). Quindi ha preso la scena sul palco Michele Santoro che ininterrottamente – neppure la pausa per il bicchiere d’acqua – ha dialogato coi presenti. Ha ragionato dei contentui del libro e dell’intreccio con le riflessioni personali e di ognuno su temi cruciali della giustizia, della democrazia, della attualità – come l’attacco alla sede della cgil di sabato scorso -. Ha posto sul tappeto, raccontando fatti inediti, come quello riguardante Pippo Baudo e la minaccia mafiosa subita. Ha confrontato a distanza il proprio lavoro di indagine e di approfondimento sulle questioni di Cosa Nostra e di come attrezzarsi a combattere la mafia, rilevando la carenza più importante che è quella analitica, con quanto in modo differente ma con stesso spirito indagatore ha fatto col suo libro il Magistrato Ilda Boccassini. Ha infine, squadernato la sua denuncia più dura: la politica, la giustizia, l’economia, il modo di vivere della nostra società ha un cancro che è insieme culturale e politico – purtroppo in presenza di una classe politica sempre di minor spessore e livello rispetto al passato – . Un cancro che ha un nome preciso: la cultura dell’emergenza! E’ il modo che non ti permette di svolgere domande critiche, perché pensi che mi metto a cheidere se siamo in emergenza? E così si soffocano tutte le domande critiche, e da queste viene così interdetta ogni possibilità di cambiamento. Questo impasto che ci ha proposto Michele Santoro, parlando del suo libro e non solo, è stato davvero salutare per i partecipanti in sala. Gli applausi di consenso, le richieste di dediche sui libri venduti, le continue domande che hanno seguito l’esposizione, hanno confermato il pieno successo dell’iniziativa. Intanto Bibliopop già macina e si appresta a nuovi appuntamenti. Con vera gratitudine Bibliopop ringrazia Cantine Nicolini e Forno Marcello per i prodotti ottimi che sono stati distribuiti come benvenuto ai partecipanti e apprezzati da Santoro stesso. Qui di seguito mettiamo le note di contenuto del libro lette da Marco Onofrio ad inizio serata e più volte richiamate da Santoro stesso. “Scritto in modo splendido, “Nient’altro che la verità” si legge tutto d’un fiato come un romanzo di formazione: alla coscienza e alla conoscenza profonda delle cose apparenti, all’inseguimento di “segreti importanti”, allo sguardo necessario per sostenere “la fatica di cercare la verità”, soprattutto quella nascosta. La parola di Santoro è precisa, affilata, chirurgica: aderisce ai mille risvolti di ogni realtà che affronta, sviscerandone senza paura i “fatti nudi e crudi”. Ci consente così di scendere nei gironi infernali della mafia, una catena vischiosa di riti, sangue e baci, di omertà condivisa, di domande che non si possono neppure pensare: una parola scappata per caso e si viene imbottiti di piombo. Ma il mafioso è temuto e ha l’onore, il rispetto, i soldi, tanti soldi (cioè la bella vita, il lusso, le donne, ecc.) Tutti specchietti per le allodole destinati ad infrangersi tragicamente. Questo libro è il viaggio nella mente di un serial killer, il catanese Maurizio Avola: glaciale, impassibile, “nato per uccidere”, e infatti ha assassinato 80 persone. Attraverso l’intervista-fiume ad Avola non solo emergono i meccanismi occulti di Cosa Nostra, ma si scrive e si riscrive la storia degli ultimi sessant’anni, dal caso Mattei ad oggi, passando per le clamorose stragi degli anni ’90.Però, attenzione: niente semplificazioni o facili sensazionalismi. La verità della storia può trapelare proprio nella complessità estrema del suo tessuto: le pieghe, le stratificazioni, gli intrecci, gli snodi, i livelli interni. Quindi non è un libro riduzionistico, e infatti le domande sono più numerose delle risposte. Non ho molto tempo a disposizione, quindi mi limiterò a sottolineare alcuni aspetti fondamentali. Anzitutto l’esplorazione dello sconosciuto e del perturbante che presiede alla scrittura. Il libro non esisterebbe se Santoro avesse assecondato la pulsione a “rimuovere il criminale” e non riconoscere “i legami tra la sua vita e la nostra”. Egli non solo non rimuove ma si apre a un confronto autentico, che lo coinvolge in prima persona: “Guardo Avola e ho la sensazione di trovarmi davanti uno specchio nel quale comincio a riconoscere tratti che sono anche i miei”. Riteneva di non aver niente in comune: “Invece le sue parole maldestre stanno superando una dopo l’altra le barriere che ho costruito per difendermi dal mostro e inizio a seguirlo in un labirinto di specchi”. La biografia diventa anche autobiografia. Santoro mette in gioco la propria identità, che definisce “in frantumi” per via dell’attuale esilio da tutte le TV, l’amaro disincanto degli anni, l’insipienza e l’inconsistenza del presente. La scrittura procede ad uno scavo dell’identità altrui e propria, in parallelo: come un tunnel da entrambe le direzioni, fino all’incontro che vede cadere l’ultimo diaframma. Scrive infatti: “I nostri colloqui mi hanno sradicato da certe sicurezze spingendomi a scavare nella verità della storia e nella mia”. Il fatto è che il bene e il male “non sono semplicemente contrapposti” ma appaiono “concatenati in un unico disegno”: “il confine tra il bene e il male non è facile da distinguere (…) l’inferno e il paradiso sono vasi comunicanti”. E insomma “Avola avrebbe potuto abbracciare una professione (…) e io avrei potuto anche uccidere”: serial killer e giornalista-contro sono le due facce della stessa medaglia? E allora che cos’è che determina un destino? (…) “dipende da noi che cosa diventare e che cosa no?” Per Avola “quello che deve succedere è già scritto, non ci possiamo fare niente”; per Santoro il destino è condizionato sì da innumerevoli fattori, ma sostanzialmente aperto. In che cosa può identificarsi con il serial killer? La natura ribelle e indomabile, non disgiunta dall’origine meridionale. L’insofferenza e l’irriducibilità a una vita senza alternative, la vita dei “sacrifici che non finiscono mai”. La sete di giustizia. La volontà di avere tutto e subito. O la parola o la vita. La sua pistola da “rapinatore” è stata la libertà, e la banca la TV. “Nessuno vuole parlare di qualcosa? Ne parlo io!” Santoro e Avola sono due “vulcani” nati con “la rabbia dentro”. Se Avola si è trovato invischiato nella mafia, lo Stato ha certamente le sue colpe. Lo Stato che in Sicilia si chiamava Totò Riina. Se la giustizia dello Stato non funziona, si ricorre alla mafia: il mafioso ti risolve il problema, ma poi pretende qualcosa in cambio. E quindi l’assenza dello Stato, anzi: la connivenza dello Stato, gli accordi tra mafiosi e politici, e i supporti massonici che fanno arrivare le “soffiate” preventive e aiutano i mafiosi a investire capitali. La mafia si incardina alla storia della questione meridionale: si è fatta garante dello scambio impari che ha ingrassato la borghesia del Nord. Scrive Santoro: “Per tutta la vita ho sognato uno Stato che combatta l’illegalità dando a ognuno la possibilità di avere un lavoro e una vita decente”. Un Paese “senza familismo, ricatti, sudditanza al più prepotente. Il merito, i diritti, la libertà di pensare”. E invece è fondato sul privilegio, la sottomissione di chi non ha voce, lo sfruttamento, la corruzione che “pesa sulle spalle della povera gente”. Gli abusi e i soprusi che ogni giorno offendono i diritti fondamentali del cittadino, portano a due reazioni: o rassegnazione, o ribellione. Avola si è ribellato diventando mafioso; Santoro combattendo il potere da giornalista scomodo. Lo spietato serial killer dei Santapaola e il giornalista italiano “simbolo dell’antimafia” finiscono paradossalmente per assomigliarsi! Oggi Cosa Nostra “è come se avesse deciso di sciogliersi”, la guerra sembra finita. Prima camminava al lato dello Stato, poi diventa “antistato” ed è la stagione delle stragi. Ora si è sciolta nello Stato? E’ diventata semplicemente invisibile? Basterebbe uno Stato normale: “Il nostro Paese non ha mai conosciuto la normalità che deriva dal buon funzionamento dello Stato”. E invece oggi, omissione dopo omissione, l’educazione civica si è abbassata a tal punto che gli onesti vengono emarginati e quasi costretti a vergognarsi! Per battere definitivamente la criminalità organizzata, lo Stato dovrebbe smettere di somigliarle. “In questo modo potremo mostrare ai tanti ragazzi tentati dal seguire le orme di Maurizio Avola che esiste una strada diversa per conquistare il rispetto di tutti”. Ma soprattutto occorre continuare a parlarne, non smettere mai di farlo. La luce della verità come antidoto alla mafia. I mafiosi sono vampiri, hanno bisogno di ombra. “Se la illumini, Cosa Nostra perde forza e potenza”. E’ uno dei tanti meriti di questo bellissimo libro, “Nient’altro che la verità” di Michele Santoro.”.

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