Se si tornasse al voto?

La spaccatura nel governo si fa sempre più profonda e la crisi è ormai diventata sostanziale dopo il voto in aula al Senato del 7 agosto, quando il Movimento 5 Stelle ha ribadito il suo no fermo alla Tav, fortemente sostenuta dalla Lega di Matteo Salvini. Il Senato ha votato le sei mozioni sulla Tav, bocciando quella del M5S contro l’Alta velocità Torino-Lione e approvando invece quelle a favore dell’opera, sancendo di fatto l’apice della crisi.
Intanto l’8 agosto il presidente del Consiglio ha incontrato Sergio Mattarella, vertice importante che segnala la gravità della situazione. Subito dopo Giuseppe Conte ha incontrato i protagonisti della crisi in atto: il vicepremier leghista e quello pentastellato.

Il leader del Carroccio, secondo fonti leghiste, sarebbe contrario a ogni ipotesi di rimpasto, come pure a quella di un governo tecnico. Dunque l’unica ipotesi plausibile al momento resta quella delle elezioni anticipate.

Sembrava che non ci fosse quasi più tempo per votare entro la fine dell’anno, ma in realtà la possibilità c’è e a dirlo è la Costituzione. L’articolo 61 della Carta stabilisce che “le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro 70 giorni dalla fine delle precedenti”. Parafrasando, vuol dire che si dovrà tornare alle urne entro un massimo di 70 giorni da quando il Capo dello Stato scioglierà le due Camere.
Lo scioglimento delle Camera arriva – come è specificato in un altro articolo della Costituzione, l’88 – dopo che il Presidente della Repubblica ha incontrato i Presidenti di Camera e Senato.

Dunque se il Presidente Mattarella dovesse decretare la fine della legislatura in queste ore, si dovrebbe tornare a votare entro la fine di ottobre. Prima di arrivare a pensare a una data è bene capire che cosa succede dopo che il Presidente della Repubblica scioglie le Camere.
Il decreto che dichiara sciolte le Camere emanato dal Capo dello Stato viene subito pubblicato sulla Gazzetta ufficiale e, dopo questo passaggio, si riunisce il Consiglio dei Ministri per approvare uno schema del decreto del capo dello Stato con il quale verrà fissata la data delle elezioni e la data per la prima seduta delle nuove Camere.

Il decreto deve essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale “non oltre il 45esimo giorno antecedente quello della votazione”. Quindi il tempo minimo per fissare le elezioni politiche in Italia va da un minimo di 45 giorni (che diventano 60 per i voto all’estero) a un massimo di 70 giorni, indicato dalla Costituzione.

Dopo lo scioglimento delle Camere servono alcuni giorni per approvare lo schema e quindi, ad oggi, se il Capo dello Stato sciogliesse le Camere a ridosso del 15 agosto, la prima data papabile sarebbe quella del 13 ottobre.

La seconda ipotesi è che si vada a votare il fine settimana successivo, quello del 20 ottobre, qualora Mattarella sciogliesse Camera e Senato tra il 20 e il 22 agosto. Se invece la crisi dovesse essere formalizzata entro la fine di settembre, l’ultima data disponibile sarebbe quella del 1 dicembre.

In questo caso, però, entra prepotentemente in ballo il nodo delicato dell’approvazione della legge di Bilancio. Se si votasse il 1 dicembre non ci sarebbero i tempi per approvare la manovra del prossimo anno entro il 31 dicembre.

L’insediamento delle Camere, infatti, richiede tempo. Sempre nell’articolo 61 della Costituzione si legge che le Camere si riuniscono per la prima volta “non oltre il 20esimo giorno dalle elezioni”.

Quella della legge di Bilancio è una delle questioni più delicate che il governo è chiamato a fronteggiare. Quando riprenderanno le attività parlamentari e governativa e governative a settembre, l’esecutivo è chiamato a pensare alla Nota di aggiornamento al Def, che va presentata alle Camere entro il 27 settembre.

L’ultima data per inviare il documento programmatico di Bilancio Commissione Ue è quella del 15 ottobre. La Legge di Bilancio dovrà essere presentata alle Camere entro il 20 ottobre. Scadenze, queste, che possono essere affrontate e rispettate solo con un governo in piedi. Con la crisi in corso, è tutto da rivedere.

Se si dovesse andare ad elezioni anticipate tra l’inizio dell’autunno e l’inverno sarebbe la prima volta dal 1946 che gli italiani vanno alle urne in un periodo diverso da quello della primavera.

Ma quale sarebbe lo scenario che si presenterebbe prima delle elezioni e che avrebbe come protagonista la Lega?

Sono tre gli scenari possibili nell’ipotesi di elezioni anticipate, e in ciascuno si prospetta un successo per la Lega di Matteo Salvini. Le tre diverse possibili ripartizioni dei seggi della Camera e del Senato,illustrate di seguito, sono state elaborate sui dati dell’ultima Supermedia di AGI/YouTrend dello scorso 1 agosto, che indicano la Lega al 36,8%; il Pd al 21,7%; M5s al 17,6%; Forza Italia al 7,3%; Fratelli d’Italia al 6,4%; +Europa al 2,9%; i Verdi al 2,3%; La Sinistra al 2%.

PRIMO SCENARIO: CENTRODESTRA UNITO

Se si andasse ad elezioni anticipate con le stesse coalizioni del 2018 e i risultati fossero quelli rilevati dall’ultima Supermedia YouTrend/AGI (calcolata il 1° agosto 2019) la coalizione di centrodestra Lega-FI-FDI otterrebbe una maggioranza schiacciante sia alla Camera (con 416 seggi su 618) che al Senato (210 seggi su 309). In entrambe le Camere, quindi, il centrodestra avrebbe oltre i 2/3 dei seggi totali. Il dato tiene conto del valore “centrale” della stima dei collegi uninominali conquistati: vuol dire che, con le stesse percentuali di voto, i seggi effettivi potrebbero essere di meno o addirittura di più.

Il gruppo di opposizione più consistente sarebbe quello di centrosinistra (cioè del Partito Democratico, unico partito dell’area progressista con più del 3% dei voti) con 119 seggi alla Camera e 57 al Senato, mentre il Movimento 5 Stelle eleggerebbe solo 81 deputati e 40 senatori.

SECONDO SCENARIO: LEGA DA SOLA

Se Matteo Salvini optasse per una corsa in solitaria della Lega, non avrebbe i numeri per governare da solo, nonostante il grande consenso che la nostra Supermedia attribuisce al suo partito. Con quasi il 37% dei consensi, la Lega sarebbe di gran lunga il primo gruppo parlamentare, con 283 seggi alla Camera e 143 al Senato. In entrambi i casi però tali numeri non sarebbero sufficienti a formare una maggioranza. Decisivi potrebbero diventare a quel punto i 62 deputati e i 31 senatori eletti con Forza Italia e Fratelli d’Italia.

TERZO SCENARIO: LEGA ALLEATA SOLO CON FDI

Infine, se la Lega decidesse di allearsi con FDI ma non con Forza Italia, il risultato sarebbe la conquista di una maggioranza piuttosto ampia – ma non al punto da raggiungere i 2/3 dei seggi come nel primo scenario. Con oltre il 43% dei voti, infatti, questa ipotetica coalizione di destra sovranista avrebbe ben 353 seggi alla Camera e 181 al Senato. In questo caso i gruppi di opposizione sarebbero tre, in entrambe le Camere: quello di centrosinistra (131 deputati e 61 senatori), quello del M5S (102 deputati, 50 senatori) e quello di Forza Italia (30 deputati e 15 senatori).

Non sembra che il futuro dell’Italia sia roseo, a meno che non accada qualcosa di assolutamente imprevisto. Confidiamo, comunque, nella saggezza di Sergio Mattarella.

09/08/2019

Antonella Necci

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