Nella didattica a distanza tutti perdono.

Ragionando a margine di una vicenda controversa come quella della didattica a distanza, dobbiamo riconoscere quanto l’attuale sperimentazione, se applicata al modello classico della scuola italiana, risulti perdente sotto tutti i punti di vista.

Risulta perdente per chi subisce la didattica. Gli studenti di tutte le scuole di ogni ordine e grado.

A cominciare dagli scolari delle elementari che, posti di fronte al video, se non accompagnati dal sostegno dei genitori, percepiscono un buon 1% della lezione frontale a distanza. Molte sono, infatti, le fonti di distrazione di quello che viene considerato più un videogioco che non un reale strumento di apprendimento.

Nella scuola secondaria di primo grado, poiché ci troviamo ancora nell’obbligo, i problemi si fanno più evidenti. Il lavoro in classe, eseguito in gruppi e meno in modo individuale, in questa situazione sospesa, riporta in vita i famosi spettri nell’armadio della scuola media: la mancanza di un lavoro individuale svolto con scadenze e modalità acquisite.

I dolori, però, arrivano quando lo studente italiano varca la soglia virtuale della didattica a distanza degli istituti superiori.

In questo caso l’individualismo, il metodo di studio, la rielaborazione individuale degli argomenti nuovi che vengono affrontati, diventano un baratro che i più cercano di scavalcare con l’aiuto di internet, dei genitori onnipresenti, del tutor che li sostiene a distanza e che svolge i compiti per loro, previa remunerazione.

È qui che nascono le reali disparità sociali. Qui si evidenzia il perché una fetta esigua della popolazione italiana che ha arraffato il potere, vuole, a gran voce, e ora anche con decreto legge, che la didattica a distanza continui, anzi sia già attiva ed efficiente dal 1 settembre 2020. Obbligatoriamente.

Se guardiamo alla prospettiva dal punto di vista genitoriale, dobbiamo parlare di due fronti. Uno, il sostenitore della distruzione della scuola pubblica, ma anche in parte di quella privata, perché purtroppo il libero pensiero infastidisce è risulta inopportuno. Serve l’immunità di gregge, ma non perché solo i migliori possano resistere, ma perché i più piatti secondo il loro encefalogramma possano accettare i nuovi modelli.

Ricordiamo che la scuola e l’insegnamento sono soprattutto femminili, e che negli anni 40 e 50 molte donne dedite all’insegnamento siano divenute le nostre madri costituenti. Non impiegate di banca, attrici, soubrette, o politiche che si laureano grazie alla loro posizione sociale. Maestre, insegnanti di scuola media e superiore, giornaliste, donne che hanno fatto la storia, con la loro dignità, la loro forza, il loro libero pensiero. E che hanno formato diverse generazioni, prima che si decidesse di asfaltare la scuola, perché troppo pericolosa.

Ecco, il gruppo di genitori che aderisce alla prospettiva di asfaltare la scuola percepita come un bene per la comunità è di gran lunga superiore a quello che percepisce tale situazione come un fallimento a lungo termine di un faticosamente raggiunto sistema democratico.

Diciamo pure che il rapporto è di 10 a 1.

Una guerra persa in partenza.

Possiamo già dire addio alla libertà d’insegnamento, se mai ci sia stata una reale possibilità di esercitarla, senza ingerenza alcuna.

Infine, guardiamo alla didattica a distanza dalla prospettiva più importante: quella del corpo docente.

Anche qui la situazione si presenta frastagliata. Tralasciamo le abilità più o meno accentuate nell’uso del digitale. Concentriamoci sulle teste dei docenti. Sempre nell’ottica della distruzione della scuola, si può dire che il lavoro si svolga anche dal basso. Immettere nella scuola le teste piatte sta sortendo il suo effetto. Lauree in letteratura senza conoscere la letteratura, in filosofia con leggera infarinatura filosofica, master in discipline più disparate, svolti presso università private definite prestigiose perché molto costose, ma scarsa attitudine all’insegnamento, che viene bypassato previa raccomandazione di quel senatore o ministro o tycoon industriale amico del nonno, compagno di scuola del cugino. E via di questo passo.

Si entra nella scuola, sognando di emulare divi come Trump, anche se pubblicamente nessuno di loro lo esalta apertamente. Alcuni vogliono dominare il mondo e amano Salvini, ma anche Hitler è un modello di vita ideale. Insomma, la scuola è solo il trampolino di lancio verso carriere prestigiose, matrimoni favolosi. La scuola è quei mille euro che fanno comodo per pagare la donna di servizio, ma non per abiti firmati e sfoggio di gioielli. Va da sé che in questo angolo di scuola non esiste né libero pensiero, né pensiero.

Nel cantuccio, relegati a cenerentola del focolare, si trovano quei pochi veri e propri docenti che, ovviamente, lavorano da docenti, non ascoltano le prepotenze e il bullismo di quell’altra fetta nemmeno esigua che non conosce educazione, che, insomma, svolgono il loro ruolo istituzionale. Anche qui la guerra sembra persa in partenza. Il rapporto tra primedonne senza valori è di 10 a 1. Il rapporto tra cafoni e prepotenti è ugualmente di 10 a 1.

Il quadro è chiaro. Diventa catastrofico se vi si sovrappone la didattica a distanza.

Possiamo dire che in questo modo si accelera la fine della didattica e si modifica la scuola in una qualsiasi azienda. Altro che libero pensiero. Inizio in gran stile di 1984 di George Orwell.

Antonella Necci

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