Medio Oriente, Shireen Issawi: “I miei anni nelle carceri di Israele”.

“Sono un avvocato palestinese, e sono venuta in Italia per raccontare la mia esperienza di prigioniera nelle carceri israeliane”. Comincia così la testimonianza rilasciata all’agenzia ‘Dire’ da Rihab Shireen Issawi, a margine di un incontro a Roma presso l’ambasciata di Palestina organizzato da Assopace Palestina. La giovane tra il 2010 e il 2013 è finita ripetutamente in carcere con l’accusa di attività terroristica, e per questo ha anche trascorso tre mesi in “detenzione amministrativa“: uno status particolare previsto dalle leggi sull’antiterrorismo, che secondo i media israeliani consente l’incarcerazione senza processo o incriminazione. Attualmente stime ufficiali indicano 500 palestinesi – sui 6500 totali – detenuti in questo “sistema extragiudiziale di detenzione”, come lo hanno definito alcuni difensori dei diritti umani.

“Mi hanno arrestato perchè ho denunciato le violazioni nelle carceri”

Sono stata arrestata solo perché, in quanto avvocato, ho denunciato le violazioni che i prigionieri palestinesi subiscono” racconta Issawi. A quel tempo l’avvocato difendeva il fratello Samir, che nel 2015 iniziò anche uno sciopero della fame che durò 270 giorni per protestare contro le condizioni carcerarie. L’anno precedente, Issawi aveva ottenuto un premio per il suo impegno in difesa dei diritti umani dall’ong Alkarama. “Ho subito torture fisiche e mentali” dice Issawi.

“Per tre mesi non ho potuto lavarmi o cambiare i vestiti”

Per tre mesi non mi hanno permesso di lavarmi, di cambiare i vestiti, di accedere ai servizi igienici. Inoltre per 30 giorni consecutivi mi hanno tenuto legata a una sedia per 20 ore al giorno. Per convincermi a denunciare mio fratello, mi hanno picchiato. Non ho mai ricevuto cure mediche. Ancora oggi ho forti dolori alla schiena e alla testa, ma non mi lamento: ad altre persone è andata peggio”.

“Parlo per tutti quelli che sono stati in carcere”

Issawi, libera dalla fine del 2017, dice di parlare a nome “di tutti coloro che finiscono in carcere”. “Subiscono tutti lo stesso trattamento” accusa l’attivista: “Uomini e donne, senza eccezioni”. L’avvocato denuncia la totale assenza di cure mediche: “A volte gli arresti avvengono direttamente in ospedale, dove la persona sta ricevendo medicazioni. Questo può determinare infezioni e sofferenze prolungate. Non vengono curati neanche i malati, come ad esempio quelli oncologici. Si tratta di una condanna a morte ‘passiva’”.

Celle senza bagno o finestre, e luce sempre accesa

Secondo Issawi, le celle sono “prive del bagnodel letto, delle finestre, mentre le luci sono accese 24 ore su 24″. E al detenuto verrebbe negata ogni comunicazione con l’esterno. Una volta libero, il prigioniero continuerebbe a subire conseguenze anche fuori dal carcere. “Sulla casa della mia famiglia a Gerusalemme pende un’ordine di demolizione” dice Issawi. “Sono stata interdetta a praticare la professione di avvocato per quattro anni e a settembre ci sarà un’altra sentenza, perché l’accusa ha chiesto che mi venisse tolta l’abilitazione per tutta la vita”.

Organismi internazionali come le Nazioni Unite e l’Unione europea hanno chiesto a più riprese ad Israele il rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi e la fine delle cosiddette “punizioni collettive“, volte a colpire anche i familiari dei palestinesi incarcerati con l’accusa di terrorismo.

Agenzia DIRE  www.dire.it

Potrebbero interessarti anche...