INTERVISTA – ‘Consumo di suolo’, quei 55 ettari al giorno sottratti alla natura.

resize (1)Dalle aree agricole a quelle urbane e naturali il terreno arretra ad una velocità di 6-7 m2 di perdita al secondo. Teodoro Georgiadis dell’Ibimet-Cnr, ci spiega quali conseguenze genera questo fenomeno. Una soluzione? “Rimettere vegetazione nelle città”.

Lo calpestiamo tutti i giorni ma è essenziale per la nostra esistenza. Produttore di cibo, regolatore di emissioni di gas serra, sede di almeno un terzo della biodiversità terrestre, il suolo trattiene inoltre l’acqua piovana, alimentando le falde e producendo acqua potabile. Ma questa risorsa ambientale non è rinnovabile, ed il rischio concreto cui va incontro è il ‘consumo di suolo’, ossia la riduzione delle aree agricole e verdi a causa dell’espansione di città, edificazioni, impermeabilizzazioni: una profonda alterazione biofisica, irreversibile nella gran parte dei casi, con impatti sull’equilibrio ambientale a scala locale e globale.

Secondo le nuove stime del Rapporto Ispra ‘Consumo di suolo in Italia’ 2015, infatti, il suolo viene consumato ad una velocità media di 6-7 m2 al secondo, per un totale di 55 ettari al giorno, sottratte ad aree agricole (quasi il 60 per cento), urbane (22 per cento) e naturali (19 per cento). C’è poi la fascia costiera italiana dove è scomparso circa il 20 per cento del terreno, insieme a 34mila ettari all’interno di aree protette, il 9 per cento delle zone a pericolosità idraulica ed il 5 per cento delle rive di fiumi e laghi. In questa intervista Teodoro Georgiadis, ricercatore dell’Istituto di Biometeorologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ibimet-Cnr), ci spiega quali conseguenze genera il consumo di suolo e le possibili soluzioni per arginarne gli effetti:

Dottor Georgiadis, in che modo il consumo di suolo influisce sul riscaldamento globale e su quello delle città in cui viviamo?
“Rispetto all’aumento di temperature ascritto ai cambiamenti climatici, che secondo le proiezioni potrebbe essere di poco più di un grado in cento anni, l’urbanizzazione provoca innalzamenti di temperature anche di 15 gradi. Per fare un esempio, in una megalopoli come Città del Messico si arrivano a misurare spesso variazioni di temperatura tra città e campagna che superano i 12 °C. Inoltre, c’è grande differenza tra lo scambio energetico che avviene in una città e quello di un sistema naturale non antropizzato, ovvero non alterato dall’uomo: in città le dimensioni ed il posizionamento degli edifici determinano modifiche con il flusso atmosferico, ad esempio nella ventilazione, e le caratteristiche ottiche e la conducibilità termica degli edifici determinano un complesso sistema degli scambi energetici”.

Qual è il motivo principale dell’innalzamento delle temperature in città?
“Gli attuali modelli di sviluppo delle città ci hanno messo di fronte al problema della cattura della radiazione solare che quanto più la città è densa più viene catturata. La radiazione entra nel canyon urbano che si apre tra gli edifici, poi ‘urta’ diverse volte sugli edifici stessi e come in un pozzo di san Patrizio viene quasi completamente assorbita non riuscendo più a uscirne fuori. Questo naturalmente produce un innalzamento della temperatura e si trasforma in calore sensibile”.

Quali soluzioni abbiamo da questo punto di vista?
“Oggi ci troviamo da un lato a non dover favorire lo spread urbano per evitare nuova cementificazione, e dall’altro a dover fare i conti con il fatto che in una struttura molto compatta rischiamo hot spot di temperature molto elevate. Dobbiamo quindi inserire nel sistema un elemento di ‘mitigazione’: le piante. Se rimettiamo la vegetazione all’interno delle città, una parte dell’energia solare catturata dalla vegetazione verrà trasformata per mezzo dell’evapotraspirazione, sottraendo energia al calore sensibile, trasformandolo in calore latente. In questo modo, cioè attraverso un meccanismo di naturalizzazione dell’urbanizzato, possiamo intervenire sul microclima”.

Che influenza ha il “verde” sulle temperature?
“Si può definire un ‘equivalente’ in verde per la compensazione dell’impatto microclimatico del costruito. La vegetazione abbassa le temperature anche di diversi gradi ed in generale svolge un effetto di mitigazione”.

Più verde in città, dunque, ma di che tipo?
“La vegetazione va correttamente reintrodotta e posizionata, sia in aree pubbliche che private, agendo tramite piccoli miglioramenti diffusi come, ad esempio i tetti verdi o le pareti verdi che risultano efficienti per intercettare la radiazione solare e trasformarla. È chiaro, però, che il verde pubblico, nelle città, se di grandi dimensioni può risultare problematico in termini di gestione e sicurezza urbana”.

Redazione

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Disegno di legge 2039, ‘Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato’

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