IMPRESE. APPELLO ITALIA-AFRICA: RILANCIARE INTERNAZIONALIZZAZIONE.

DIOMA (IABW): DEFINIRE STRATEGIA PER RILANCIO POST-CORONAVIRUS (DIRE) Roma, 29 mag. – L’Africa vede l’Italia come un Paese interessante e come un partner economico e commerciale dove investire? E a sua volta l’Africa vista dall’Italia e’ un mondo lontano, stereotipato e poco incoraggiante? Di questo si e’ discusso nel corso del webinar ‘Perche’ scegliere l’Italia’, organizzato da Italia Africa Business Week (Iabw). Secondo i relatori, dirigenti, comunicatori ed esperti, l’Italia e’ un Paese ricco di potenzialita’ per i Paesi africani: settori come quello della moda, delle costruzioni, del food and wine e dell’agribusiness, cosi’ come le aziende delle telecomunicazioni, delle nuove tecnologie o delle infrastrutture sarebbero tutti interessanti per gli imprenditori africani. Un rapporto tuttavia ancora da costruire, che concretamente esiste in numeri e realta’ limitate. A frenare una relazione possibile, che potrebbe contare anche su rapporti storici e affinita’ culturali, e’ la mancanza di comunicazione. “Gli africani conoscono il ‘Made in Italy’ ma non considerano l’Italia come un Paese attraente per gli investimenti” ha detto Marta Sachy, presidente di Fondazione Aurora, introducendo l’incontro. Accanto a certi stereotipi negativi sul nostro Paese, l’imprenditoria italiana soffre anche della grande diffusione di marchi e presenze francesi, britanniche o tedesche, piu’ note nella maggioranza dei Paesi. Eppure, l’Italia “e’ caratterizzata da filiere produttive integrate sul territorio, un asset molto valido per gli investitori africani cosi’ come la vocazione delle imprese italiane alla ricerca e allo sviluppo” ha detto Marco Felisati, vice-direttore Internazionalizzazione e politiche commerciali di Confindustria. Convinto che il mercato africano “non dovrebbe che convergere in quello italiano”. Secondo Cleophas Dioma, presidente di Italia Africa Business Week, “bisogna modificare la comunicazione sul nostro Paese e per farlo dovremmo sfruttare le grandi realta’ istituzionali come Confindustria, i ministeri, ma anche le comunita’ delle diaspore in Italia e il loro ruolo di ponte coi Paesi”. Da qui l’appello alle istituzioni: “Sediamoci intorno a un tavolo e definiamo una strategia per trovare strumenti innovativi con cui mettere in comunicazione questi due mondi, l’Italia e i Paesi africani”. Secondo il presidente di Iabw, “il rischio e’ che restino realta’ sconosciute e che gli africani non siano mai incoraggiati a venire ad investire in questo Paese”.

Secondo Madani Dia, segretario esecutivo della Piattaforma di concertazione del settore privato della Guinea, il segreto e’ partire dalla dimensione familiare. Convinto che “sia piu’ semplice unire due famiglie che due Paesi”, Dia ha evidenziato che le piccole e medie imprese a conduzione familiare sono un modello diffuso sia in Italia che in Africa. La sua tesi e’ che “e’ molto semplice metterle in contatto e far si’ che gli interessi coincidano o si sviluppino scambi personali”. Il suggerimento di Dia e’ quindi di sviluppare, accanto a una politica economica piu’ decisa e a una piattaforma di comunicazione efficace, “una politica che promuova la conoscenza dei legami culturali, che sono tantissimi, ma non sono noti ai piu'”. “L’assenza di “contatti e rapporti continuativi” e’ alla base del problema anche per Dalira Uwonkunda, di Africa Sinergy, societa’ che si propone di sviluppare e accrescere i flussi economici tra i Paesi dell’Africa centrale ed equatoriale e l’Europa. A proporre di ripensare il “Made in Italy” come “Made with Italy” e’ Francesco Paolo Bello, avvocato e console onorario dell’Eritrea a Bari. “Mai come in questa fase, in cui soffriamo della crisi innescata dal coronavirus, dobbiamo ripensare il rapporto con le imprese africane” ha detto Bello, esortando ad adottare “agevolazioni fiscali e altre misure per attrarre piu’ investimenti possibili”. Il console ha evidenziato che in Africa “ci sono tanti giovani attratti dalle nuove tecnologie e dall’educazione”. Sarebbe dunque auspicabile aumentare gli interscambi universitari, un’idea che si affianca a quella – rilanciata nel corso dell’incontro – di un “Erasmus africano”. In secondo luogo, secondo Bello, bisogna scommettere sul settore ittico e sulle infrastrutture portuali. “Pensate – ha detto il console – a quanto potrebbe essere interessante per un imprenditore africano avere accesso al Mediterraneo”.

Agenzia DiRE  www.dire.it

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