IL PARADISO PERDUTO.

“Carissimi, ora sto vivendo per la prima volta” queste sono le parole in tutte le lingue europee, alla fine del 1700 e lungo tutto l’Ottocento, scritte da tanti giovani artisti ai propri genitori o parenti o amici, allorché arrivati a Roma o a Napoli. “Ora vivo per la prima volta!” Non esiste un contesto umano a seguito del quale si possa esprimere un tale pensiero e non esiste un contesto nemmeno lontanamente paragonabile alla Roma dell’epoca e a Napoli. La storia tramanda migliaia di libri, resoconti, cronache già a partire dal 1500 che registrano le osservazioni e esperienze dei viaggiatori europei specie su Roma e Napoli che entrambe rispetto ad altre città altrettanto amate e ricercate quali Venezia e Firenze, avevano indubitabilmente qualcosa in più o quanto meno di differente, comunque di ammaliante e di incantevole.

Se ci limitiamo a Roma e a Napoli e, oggi, ci guardiamo attorno, dovunque, salvo ovviamente alcuni luoghi e siti, ci si chiede: ma che cosa vedevano e gustavano quei giovani quando scrivevano quelle parole? Quando qualche celeberrimo cervello scriveva “o Roma, tu sei un mondo” o quell’altro, arrivato a Napoli , annotava “et in Arcadia ego” “sono nel paradiso”?

Napoli per esempio che cosa aveva di più? A parte le centinaia e centinaia di chiese e di cappelle, il numero sterminato di monasteri e di conventi, alcuni splendidi palazzi nobiliari, splendide fontane monumentali come a Roma, piazze e scorci urbani unici, offriva lo spettacolo di una città antica protesa letteralmente sulle rive di un mare talmente limpido e trasparente che in certi posti lasciava ammirare perfino le antiche vestigia romane sommerse, un cielo azzurro per il quale non ci sono parole, le isole vicine, il Vesuvio incombente…e poi la natura incontaminata e intonsa e una campagna irrorata dagli efflussi vulcanici così ubertosa e fertile che consentiva più raccolti l’anno col risultato che la città era una perenne esposizione di verdure, frutti, fiori, prodotti della terra e del mare in una fantasmagoria di colori e in un concentrato di odori e profumi fuori del comune: era ancora, come all’epoca dei Romani, Campania felice. E il forestiero venuto dal Nord era strabiliato di fronte a tale spettacolo mai nemmeno immaginato. Si dirà, la natura è bella dovunque nel mondo quando intatta e rispettata, è vero, ma a Napoli è differente, la natura era accompagnata al clima, un clima speciale, dolce e mite, mai troppo freddo mai troppo caldo, accarezzato dagli zefiri: stare all’aperto in qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi giorno dell’anno era sempre un gradimento. E poi quel mare, quel cielo, le isole quali gemme, il Vesuvio fumante, i suoni, le voci e le canzoni del popolo, gli odori, della zagara o degli aranci e dei limoni… E il Vesuvio annientatore di Pompei e di Ercolano che continuamente vomitava ceneri e fuoco, con somma delizia dei visitatori. E poi Roma antica che stava venendo alla luce del sole a Pompei a Oplonti a Ercolano… quali emozioni, quali spettacoli, quali godimenti: e gli uomini venuti dal Nord una volta a Napoli impazzivano: molti abbandonavano genitori e famiglie e vi si stabilivano. Ci arrestiamo perché l’elenco delle delizie sarebbe quasi infinito. Gli aranceti, palle d’oro nel verde delle foglie! Tutto a Napoli era più umano e sopportabile, anche la miseria che non mancava, il degrado, la ingiustizia, meno feroci e crudeli. La Napoli dopo la unificazione? E la Napoli in epoca democristiana? Non è facile scegliere l’aggettivo idoneo per illustrare gli attuali sfacelo e putrefazione urbanistici scaturiti da questi due momenti.

E Roma? Richiamando le parole di un grande tedesco di cento anni prima, anche D’Annunzio declamava: “Tu sei un mondo, o Roma!”. E non è una parola. Il forestiero venuto da fuori e non solo dall’Europa, quale spettacolo gli si parava davanti appena entrato alla Porta del Popolo? Chiese meravigliose e irripetibili e palazzi unici al mondo di Bernini e di Borromini, fontane pubbliche inimmaginabili altrove, ville e casali da sogno, vestigia romane e classicità dovunque volgevi lo sguardo e poi i Musei Vaticani, la Cappella Sistina, le opere di Raffaello e di Caravaggio, le sculture di Michelangelo, le decorazioni delle chiese: al cospetto di tale scenario incantatore ben si comprendeva quella sindrome e deliquio che prendevano l’osservatore al cospetto di tali meraviglie uniche. E per tornare all’inizio diventa più che comprensibile leggere quelle parole, lo si ammetta, incredibili: “ora veramente conosco che cosa è vivere”. Aggiungere gli scenari e le emozioni e suggestioni che ispiravano anche i Castelli Romani e i paesini abbarbicati sui Simbruini e gli Ernici chiarisce perché ancora più che a Napoli tanti artisti sceglievano Roma come patria fino alla morte. E anche ora qui ci arrestiamo: da qualunque parte mettiamo piede a Roma, oggi, non capiamo se siamo a Calcutta o nella favela brasiliana: a partire dai cosiddetti liberatori piemontesi, passando per i mussoliniani, arrivando alla genia democristiana la peggiore, pervenendo al culmine della efferatezza e autolesionismo rappresentati dalla perforazione e trapanazione del sacro suolo della Roma antica per farne la metropolitana, ci troviamo davanti allo spettacolo di una concentrazione urbana a dir poco da quinto mondo che di Roma antica conserva solo il nome, divenuto tra l’altro ridicolo e offensivo al cospetto. La fortuna vera degli autori di tutti questi eccidi ai danni di Roma e del mondo intiero è che il cosiddetto popolo, la vera vittima, non vede, è morto e inerte.

Michele Santulli

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