ECCO I TRE FOCUS DEL PRIMO CONVEGNO UNITARIO DELLA PEDIATRIA DEL LAZIO.

L’ospedale Bambino Gesù (Foto Omniroma)

SANITÀ. PRONTO SOCCORSO, CON NUOVO TRIAGE -14% ACCESSI CODICE VERDE

A OPBG ROMA IL 7 GENNAIO SI PASSA DA COLORE A NUMERO. PAROLA A ESPERTI
(DIRE) Roma, 13 dic. – Partira’ il 7 gennaio al Pronto soccorso
dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesu’ (Opbg) di Roma la nuova
proposta di codifica della gravita’ degli accessi. Si passera’ da
un inquadramento della gravita’ dei pazienti attualmente
contrassegnata dai colori rosso, giallo, verde e bianco – dal
piu’ grave al meno grave – ad un nuovo sistema che identifica con
i numeri da 1 a 5 i livelli di pericolosita’. Verra’, inoltre,
introdotto un ulteriore grado intermedio di rischio (il numero 3
di colore azzurro), che facilitera’ ancor di piu’ lo smistamento
degli accessi al Pronto soccorso. A presentare oggi la novita’
alla Dire, nel corso del primo congresso unitario di pediatria
del Lazio, con le sezioni regionali della Sip, Sin e Simeup, sono
Rocco Stelitano, infermiere coordinatore del pronto soccorso
dell’Opbg, e Sebastian Cristaldi, pediatra dell’emergenza
dell’Opbg e membro della Societa’ italiana di medicina emergenza
urgenza pediatrica (Simeup).
   I risultati della sperimentazione sono stati “importanti”,
afferma Stelitano. L’infermiere ha seguito la messa in opera del
nuovo codice numerico, durata due mesi e partita ad agosto 2017,
su 6.215 pazienti di 10 strutture ospedaliere del Lazio (pari
all’8% degli accessi in 2 mesi). In particolare, sul campione di
1.100 bambini dell’Opbg “si e’ vista una riduzione del 14% degli
accessi per codice verde- spiega Stelitano– quindi la media, che
si attestava intorno al 56,8%, si e’ abbassata notevolmente
arrivando al 42,9%. A livello regionale, invece, si e’ abbassata
dal 56% al 44%”.

La sperimentazione e’ partita dopo un duro
lavoro realizzato da un gruppo pediatrico che ha sviluppato,
corretto ed elaborato le nuove schede del triage. In sostanza in
quei due mesi e’ stato effettuato un doppio triage: “Il paziente
che arrivava in pronto soccorso veniva codificato con il vecchio
codice colore- racconta Stelitano- poi l’operatore interpellava
le nuove schede triage modello Lazio e ricodificava il paziente
con il nuovo triage (basato sul codice numerico). Questi dati
venivano infine conglobati nei database statistici e inviati alla
Regione per l’analisi statistica unita ai feedback degli
operatori. La riduzione degli accessi con il codice verde e’
dovuta- spiega Stelitano- al fatto che una parte di questi codici
verdi e’ convogliata nel nuovo codice colore 3 (ossia l’azzurro),
ma soprattutto i codici di alta priorita’ di accesso, come quello
giallo sostituito dal nuovo numero 2, si sono ridotti in modo
percentuale cosi’ come i tempi di attesa per questo codice. Il
sistema ha permesso, quindi, una individuazione precoce dei
bambini a rischio riducendo le probabilita’ di errore”.

La parola triage deriva dal termine
francese trier (cernita, smistamento) e rappresenta una tra le
molteplici competenze dell’infermiere che lavora in pronto
soccorso, che consiste in una rapida valutazione della condizione
clinica dei pazienti e del loro rischio evolutivo attraverso
l’utilizzo di una scala di codici (colore o numerici), volta a
definire la priorita’ di trattamento. Questo nuovo triage,
tuttavia, non affronta la questione del sovraffollamento. “È un
discorso diverso- chiarisce subito alla Dire Sebastian Cristaldi-
perche’ il triage serve ad identificare la gravita’ del paziente
che arriva, poi che siano 1 o 100 i bambini che arrivano al
pronto soccorso il discorso sul triage non cambia. L’inserimento
di un codice in piu’ permettera’ certamente di identificare
meglio i pazienti piu’ fragili con una gravita’ intermedia-
aggiunge l’esponente della Simeup- e quindi di ottimizzare
l’attivita’ del pronto soccorso e il percorso del paziente
nell’utilizzo della struttura”. Per affrontare, invece, le
criticita’ che determinano il sovraffollamento “ci vuole una
progettualita’ che ci aiuti a migliorare la comunicazione tra
ospedali e territori, e ad incentivare un sistema hub and spoke.
L’ospedale periferico dovrebbe fare riferimento a un ospedale
centrale, ad un ospedale di livello superiore, per migliorare la
gestione del malato e poi riprenderlo. Si puo’, inoltre, cercare
di disincentivare i frequentatori abituali del pronto soccorso,
ovvero quelle famiglie che non si rivolgono al pediatra sul
territorio ma che accedono direttamente in ospedale”. Son tanti,
insomma, gli aspetti che secondo Cristaldi “vanno gestiti,
coordinati e organizzati per cercare di avere come risultato
l’utilizzo della struttura dalle persone che ne hanno realmente
bisogno”.
   Sul trasporto e la rete dell’emergenza che manca nel Lazio,
infine, il medico della Simeup conclude: “Negli anni si sono
avute diverse proposte ma non si sono mai rivelate adeguate.
Continuiamo a lavorare per trovare punti comuni e gestire al
meglio la situazione”.
SANITA’. PERTOSSE, SOLO 3% DONNE INCINTA DISPOSTE A VACCINO
DOTTA (SIN LAZIO): GINECOLOGI SPESSO NON LO CONSIGLIANO
(DIRE) Roma, 13 dic. – Nel 2019 per la pertosse si puo’ ancora
morire e, “per quanto in parte sia controllata, ha ancora
un’incidenza elevata al di sotto dell’anno di vita. In alcuni
casi puo’ essere mortale”. A illustrarlo e’ Andrea Dotta,
presidente regionale della Societa’ italiana di neonatologia
(Sin) e direttore della terapia neonatale dell’ospedale
pediatrico Bambin Gesu’ di Roma (Opbg).
   Secondo un’indagine presentata nel primo congresso congiunto
Sip-Sin-Simeup in corso a Roma, infatti, “quando alle donne
incinta e’ stato chiesto se potessero, a loro giudizio, ricevere
o meno vaccinazioni in gravidanza, il 60% ha risposto di no”,
spiega Viviana Moschese, pediatra e ricercatrice di Tor Vergata.
E ancora, “alla domanda se durante la gravidanza” le neomamme
“avrebbero eseguito il vaccino contro la pertosse, soltanto il 3%
ha risposto positivamente”, continua la ricercatrice.
   Le vaccinazioni in gravidanza, dunque, “sono ancora un punto
estremamente critico e non tutti i ginecologi le consigliano”
alle neo mamme, anzi. “Alcuni centri vaccinali addirittura le
sconsigliano”, chiosa Dotta. E’ questo il quadro allarmante del
problema relativo alla pertosse, per cui l’aiuto dei ginecologi
sarebbe fondamentale. Soprattutto se consideriamo i dati
pubblicati recentemente sull’European Journal of Public Health
(nello studio: Knowledge and beliefs on vaccines among a sample
of Italian pregnant women: result from the NAVIDAD study, ndr),
secondo cui solo 9 mamme su 100 sono pienamente convinte
dell’efficacia delle vaccinazioni. Mentre sono il 20%, invece,
quelle che hanno mostrato tentennamenti e pregiudizi sul
tema.

La vaccinazione in gravidanza, invece, “si
integra bene anche con le vaccinazioni in prima infanzia e il
timing migliore per eseguirla- continua la ricercatrice di Tor
Vergata- e’ tra le 27 e le 36 settimane di gestazione”. La
pertosse “e’ una malattia infettiva davvero molto contagiosa”,
riprende Dotta, con un’incidenza, secondo i dati europei Ecdc, di
9 individui ogni 100.000 abitanti, che crescono pero’ a 73, nei
bambini con meno di un anno e “in alcuni Paesi possono arrivare
anche a 200 su 100.000″, aggiunge Moschese. Per questo “l’Italia-
secondo il direttore di terapia neonatale dell’Opbg- e’ il
fanalino di coda dell’Europa sul tasso di copertura vaccinale per
la pertosse”.
   Certo e’ che la situazione e’ “estremamente migliorata grazie
alle politiche intraprese negli ultimi due anni- precisa il
presidente Sin Lazio- tuttavia rimane un allarme molto
importante, perche’ vi e’ una carenza significativa della
coscienza e dell’esecuzione della necessita’ di vaccinazione in
gravidanza”. Nella societa’ contemporanea “non possiamo piu’
tollerare che vi siano casi mortali o comunque molto gravi di
pertosse”.
   Il vaccino per questa grave malattia infettiva “e’ associato
al vaccino per il tetano e per la difterite, ed e’ uno dei
vaccini considerati obbligatori con la nuova normativa.
Purtroppo, pero’- conclude Dotta- vi e’ ancora scetticismo e
ignoranza nell’indicare la vaccinazione in gravidanza, anche
sulla scia dell’ondata pericolossisima dei NoVax che ha
determinato una carenza di copertura vaccinale in tutta Italia”.

SANITA’. SIP LAZIO: RAGAZZI NON RICONOSCONO GIOCO COME PATOLOGICO
CIRCA 5-6% AFFETTI DA FEBBRE GRATTA E VINCI, VIDEOPOKER E SLOT MACHINE
(DIRE) Roma, 13 dic. – Disturbi visivi e del sonno, sbalzi
d’umore, obesita’, condotte delinquenziali, ansia, depressione e
comportamenti eccessivi. Sono alcune delle conseguenze del gioco
d’azzardo sulla salute di adolescenti e ragazzi tra i 15 e i 19
anni, che, affetti dalla febbre del ‘Gratta e vinci’ e attirati
dagli schermi di videopoker e slot machine, troppo spesso “non
riconoscono il problema come patologico”. Dopo “un aumento di
questo fenomeno negli anni passati, i numeri sono oggi in
riduzione”, afferma alla Dire Pietro Ferrara, presidente della
Societa’ italiana di pediatria (Sip) sezione Lazio a margine
dell’apertura del primo congresso regionale congiunto di
pediatria. Un’incidenza che comunque resta allarmante: nel tunnel
della ludopatia, infatti, sono  “circa il 5-6% della popolazione
dei ragazzi- spiega- e il 13% di quelli intervistati in una
recente ricerca ha giocato almeno una volta nell’ultimo mese”.
   Dati che devono far riflettere nell’ottica di una prevenzione
da realizzare “dentro e fuori le scuole. Non si possono vedere
videogiochi o sale slot vicino agli istituti scolastici dove ci
sono minori”, denuncia Ferrara, proprio nel giorno in cui la
lotta al gioco d’azzardo negli spazi sociali e di formazione dei
giovani torna alla ribalta grazie all’ordinanza del sindaco di
Palermo, Leoluca Orlando. Il primo cittadino del capoluogo
siciliano, infatti, ha vietato l’apertura di sale gioco
tradizionali e videolottery a meno di 500 metri dalle scuole di
qualsiasi ordine e grado e dai luoghi ricreativi frequentati dai
giovani.

Disturbi visivi e del sonno, sbalzi
d’umore, obesita’, condotte delinquenziali, ansia, depressione e
comportamenti eccessivi. Sono alcune delle conseguenze del gioco
d’azzardo sulla salute di adolescenti e ragazzi tra i 15 e i 19
anni, che, affetti dalla febbre del ‘Gratta e vinci’ e attirati
dagli schermi di videopoker e slot machine, troppo spesso “non
riconoscono il problema come patologico”. Dopo “un aumento di
questo fenomeno negli anni passati, i numeri sono oggi in
riduzione”, afferma alla Dire Pietro Ferrara, presidente della
Societa’ italiana di pediatria (Sip) sezione Lazio a margine
dell’apertura del primo congresso regionale congiunto di
pediatria. Un’incidenza che comunque resta allarmante: nel tunnel
della ludopatia, infatti, sono  “circa il 5-6% della popolazione
dei ragazzi- spiega- e il 13% di quelli intervistati in una
recente ricerca ha giocato almeno una volta nell’ultimo mese”.
   Dati che devono far riflettere nell’ottica di una prevenzione
da realizzare “dentro e fuori le scuole. Non si possono vedere
videogiochi o sale slot vicino agli istituti scolastici dove ci
sono minori”, denuncia Ferrara, proprio nel giorno in cui la
lotta al gioco d’azzardo negli spazi sociali e di formazione dei
giovani torna alla ribalta grazie all’ordinanza del sindaco di
Palermo, Leoluca Orlando. Il primo cittadino del capoluogo
siciliano, infatti, ha vietato l’apertura di sale gioco
tradizionali e videolottery a meno di 500 metri dalle scuole di
qualsiasi ordine e grado e dai luoghi ricreativi frequentati dai
giovani.
   Quali sono nel ragazzo i segnali di un comportamento
disfunzionale legato al gioco? “Il leitmotiv e’ l’avverbio
‘improvvisamente’- continua il presidente regionale della Sip- Un
improvviso calo del rendimento scolastico, un improvviso
cambiamento di umore, un improvviso isolamento sociale, la
ricerca continua di denaro”. Tutti segnali “indiretti, non
fisici, ma comportamentali”, che “devono spingere la famiglia ad
essere piu’ vicina al ragazzo e a cercare di capire se c’e’
qualcosa che non va”.
   Fondamentale anche il “ruolo-sentinella del pediatra, perche’
e’ la prima persona con cui si confronta la famiglia” e la figura
“che ha gli elementi per poter comprendere se questi segnali
rientrano in un tumulto adolescenziale, di crescita, o sono
patologici. Noi pediatri- insiste Ferrara- dobbiamo intervenire
facendo formazione e diffondendo la conoscenza che anche questo,
oggi, e’ un problema. La prevenzione va fatta col dialogo-
conclude- con gli insegnanti e con le famiglie”.
Agenzia DIRE  www.dire.it
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