È stato presentato oggi al Senato della Repubblica il sondaggio Dire-Tecnè su “Donne e Media”.

Per quasi 15 milioni di italiani le donne sono ancora oggi meno valorizzate nel mondo dell’informazione.

ROMA – Donne ancora assorbite dal lavoro familiare, che per un italiano su cinque, ben oltre 8 milioni, dovrebbero restare a casa per prendersi cura dei figli. Donne che per quasi 15 milioni di italiani sono ancora oggi meno valorizzate nel mondo dell’informazione. È questo lo spaccato che emerge dal sondaggio commissionato dall’Agenzia Dire a Tecnè su ‘Donne e media: la sottile linea rossa della discriminazione di genere’, condotto su un campione di 2mila italiani, dai 18 anni in su, che conferma un senso diffuso di discriminazione e un’affermazione ancora inadeguata delle pari opportunità.

Il sondaggio è stato presentato questa mattina a Roma al Senato della Repubblica, in occasione dell’evento dedicato al primo anno di DireDonne, canale dell’Agenzia Dire dedicato al pensiero di genere e alle pari opportunità. ‘Buone notizie Più voce alle donne’ è il titolo dell’appuntamento, promosso su iniziativa della vicepresidente del Senato Anna Rossomando e dell’onorevole Sandra Zampa, ideatrice di DireDonne. Dopo il saluto del sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella, a commentare i risultati del sondaggio sono stati Laura Cannavò, NewsMediaset; Marina Cosi, GIULIA; Gianni Riotta, La Stampa; Simona Sala, Tg1 Rai e Ilaria Sotis, Gr-Radio1 Rai e il direttore dell’agenzia Dire, Nico Perrone.

DONNE E LAVORO DI CURA

Le donne lavorano molto più degli uomini se si somma all’impegno professionale anche la cura della casa e dei figli che occupa un tempo pari a 6 ore e 15 minuti al giorno. Nell’81,9% dei casi, infatti, è la madre a farsi carico del lavoro familiare, mentre il padre ‘casa e famiglia’ rappresenta uno sparuto 6,8%. La percentuale cresce all’aumentare della fascia di età, passando dal 73,3% delle 18-34enni al 90,6% delle ultrasessantacinquenni. Condizione che non cambia di molto anche nei casi di coppie con figli in cui entrambi i genitori sono lavoratori full time. Il tempo dedicato al lavoro familiare è, infatti, per il 65,1% a carico delle donne e solo per il 34,9% agli uomini. Quasi un italiano su cinque (19,1%) pensa che le donne dovrebbero stare a casa per prendersi cura della famiglia, un dato piuttosto omogeneo da Nord a Sud, che cresce però all’aumentare dell’età (28,5% degli ultrasessantacinquenni) e diminuisce tra chi ha titoli di studio più elevati (8,6%).

DONNE E RETRIBUZIONI

Dal punto di vista del ‘gender pay gap’ (divario retributivo di genere) le donne, a parità di ruolo, guadagnano meno per il 39,7% degli intervistati, convinzione radicata soprattutto nel campione femminile (54,6%). Per il 56%, invece, hanno più o meno lo stesso guadagno dei colleghi, opinione diffusa, ancora una volta, soprattutto tra gli uomini (69,9%).

DONNE NEI MEDIA

Per il 31,8% degli italiani le donne continuano ad essere meno valorizzate nel mondo dell’informazione, nonostante il 68% ritenga che abbiano una capacità specifica e una lettura interpretativa della realtà diversa dagli uomini. Nel campione maschile è dominante la convinzione che siano adeguatamente presenti nei media, ma questo dato si conferma solo nella metà di quello femminile (51,5%). Il 63,1% ritiene che giornaliste, conduttrici e professioniste dell’informazione abbiano ruoli analoghi a quelli dei loro colleghi, ma solo il 51,2% delle donne ritiene che sia così contro il 76,1% degli uomini. Il 51,8% degli italiani, poi, crede che non cambierebbe nulla se le donne avessero ruoli importanti nel mondo dell’informazione, tesi sostenuta dal 63,3% degli uomini. Solo il 36,5% degli intervistati crede che sarebbe migliore e a pensarla così sono soprattutto le donne (51,3%). Per qualcuno (6,8%) sarebbe addirittura peggiore. Il 68%, però, crede che le donne abbiano una specifica capacità di pensare e leggere la realtà diversa rispetto agli uomini. A pensarla così sono il 75,7% delle donne contro il 59,6% degli uomini.

LE DONNE IN POLITICA

Oltre i 16 milioni di italiani sono convinti che le donne siano penalizzate in politica e sono 4 italiani su 10 a pensare che le cose andrebbero meglio se ci fossero più donne con ruoli importanti. Un dato che sostengono gli uomini per un 20%, contro il 58,3% delle donne. Per ben 24 milioni di italiani non cambierebbe nulla e anche questa volta la convinzione è più radicata tra gli uomini (64,2%) che tra donne (36,1%).

MARTELLA: OLTRE QUOTE, SERVE SVOLTA CULTURALE

“C’è un grande lavoro da fare affinchè le donne abbiano ruoli importanti nel mondo delle professioni e anche in quello dell’informazione e ci sarà bisogno di anni. Oltre alle quote, è necessaria una svolta culturale così che i 40 anni previsti per superare il gap di genere possano diventare meno”. Lo ha detto alla Dire il Sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella, a margine della presentazione dei risultati del Sondaggio Tecné.

ROSSOMANDO: POCHE NEI RUOLI APICALI DEI MEDIA

“E’ importantissimo il tema del linguaggio sui temi della violenza, ma non c’è solo questo. L’informazione non puo’ essere neutrale o indifferente ai ruoli delle donne nella società. Oggi registriamo un avanzamento, ma siamo ancora lontani da una parità di forma e sostanza sia perchè nelle testate giornalistiche le donne non hanno ancora sufficienti ruoli apicali, sia per la rappresentazione delle donne sui temi importanti”. Lo ha detto alla Dire la vicepresidente del Senato, Anna Rossomando, a margine dell’appuntamento ‘Buone notizie. Più voce alle donne’. “Il ruolo delle donne- ha ribadito- spesso non viene riconosciuto anche perchè non viene rappresentato e c’è una battaglia di valori che deve esser fatta attraverso l’informazione. C’è stato l’impegno di alcuni uomini qui presenti a non prender parte ad appuntamenti in cui non ci sia rappresentanza femminile e- ha concluso- questo mi sembra importante perchè è un tema che non riguarda solo le donne, ma la democrazia”.

ZAMPA: SPECIFICITA’ DI GENERE PUO’ CAMBIARE COSE

Quali le buone notizie che dobbiamo ancora scrivere? “Che il protagonismo e l’intelligenza delle donne siano davvero rispecchiati nell’informazione e che la loro voce arrivi alla società sempre più forte”. Risponde così, all’agenzia Dire, la Sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, commentando i risultati del sondaggio Tecnè presentati al Senato.

“Il progetto DireDonne– ha spiegato Zampa- è nato per valorizzare le competenze e perchè esiste una specificità del pensiero femminile, come conferma proprio il sondaggio Tecnè; e usare questa specificità puo’ essere una buona opportunità per provare a cambiare le cose che non vanno”.

 

DONNE E MEDIA:
LA SOTTILE LINEA ROSSA DELLA DISCRIMINAZIONE DI GENERE.
Donne e media: un binomio da esplorare, che si interseca tra comportamenti
discriminatori purtroppo ancora ben evidenti e condizioni lavorative e
professionali oggi più favorevoli.
Uno scenario che include tanto il ruolo specifico delle donne – ad esempio nei
dibattiti televisivi o sui giornali – quanto l’immaginario collettivo, talvolta ancorato
ai vecchi stereotipi che persistono in alcuni segmenti sociali e che risultano
refrattari ai nuovi modelli culturali.
In generale, appaiono meno discriminanti i trattamenti riservati a uomini e
donne nel mondo del lavoro, anche se i punti di vista tra i generi sono indicativi di
uno scenario tutt’altro che definitivo.
Le donne vengono oggi percepite, in un quadro generale, più presenti in tv o
sui giornali che si occupano di temi politici ed economici e si ritiene, inoltre, che
abbiano nei dibattiti televisivi lo stesso spazio e ruolo degli uomini, così come in
politica.
Eppure, una lettura attenta delle opinioni mette in luce un senso ancora
abbastanza diffuso di discriminazione diffusa e latente, che si manifesta nella
convinzione, tra le donne, di essere più penalizzate in questi ambiti di quanto non
avvenga per l’universo maschile.
E non è tutto. Sebbene il 78,2% del campione intervistato da Tecnè-Dire
affermi di non condividere l’idea che le donne dovrebbero stare a casa per
potersi prendere cura della famiglia, i fatti restituiscono un’immagine di segno
opposto. Le donne lavorano nel complesso molto più degli uomini, perché alle
ore dedicate alla professione vanno sommate, appunto, quelle destinate alle cure
per la casa e per i figli. Il tempo necessario per svolgere le mansioni familiari è
pari, nel giorno medio, a 6 ore e 15 minuti, ma sono di gran lunga le donne a
occuparsene, a fronte di un impegno decisamente inferiore tra gli uomini.
E comunque deve far riflettere anche quel 19,1% (pari a 8,9 milioni di
maggiorenni) che ritengono giusto che una donna resti a casa per prendersi cura
della famiglia, senza sostanziali differenze da nord a sud. Solo il passo
generazionale marca una discriminante significativa, dove i giovani sembrano
lentamente affrancarsi da stereotipi incoerenti con chi si affaccia al futuro.
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La cura della casa e dei figli resta, a tutt’oggi, appannaggio delle donne.
Nell’81,9% dei casi, infatti, è la madre a prendersi carico di tutto ciò. Il padre lo fa
nel 6,8% dei casi appena e la percentuale della componente femminile cresce
all’aumentare della fascia di età: dal 73,3% delle 18-34enni si arriva al 90,6%
delle over 65, passando per una quota che si aggira attorno all’80% nel pieno
dell’età lavorativa.
La ripartizione del tempo dedicato al lavoro familiare nelle coppie con figli ed
entrambi i genitori occupati full time riguarda il 65,1% delle donne e il 34,9% degli
uomini.
A parità di condizioni e ruolo, uomini e donne dimostrano di avere idee
diverse sul trattamento che viene loro riservato in ambito lavorativo. Per quanto
riguarda il gender pay gap, il 56% degli intervistati ritiene che le donne
guadagnino più o meno uguale agli uomini, ma se tale convinzione risulta più
marcata tra gli uomini (69,9%), tra le donne è il 43,2% a pensarla allo stesso
modo, mentre il 54,6% è convinto che guadagnino effettivamente di meno.
Leggermente più coerenti sono le opinioni relative alla presenza delle donne
nei dibattiti che si svolgono in tv o sui giornali e che trattano temi politici ed
economici. Anche qui, però, a fronte di un 65,9% che afferma che le donne sono
sufficientemente presenti, la discrepanza tra le due componenti è di circa 10
punti (71,4% a 60,9%).
Ancora più netta la differenza di vedute su ruolo e spazio occupato nei
dibattiti televisivi: se per il 53,1% delle donne è lo stesso degli uomini (risponde
negativamente il 44,5% del segmento), tra gli uomini la quota di quanti ritengono
sia così, sale addirittura al 76,1%. E comunque anche il 29,9% che ritiene ci sia
una discriminazione legata al genere nella presenza di donne è una percentuale
intollerabile per un paese civile.
Le donne che lavorano nell’informazione, giornaliste o conduttrici, ritengono,
non a caso, di avere ruoli analoghi a quelli degli uomini solo nel 51,2% dei casi,
ma questi ultimi si dicono più convinti (76,1%) di una maggiore parità.
Le donne, poi, sostengono di avere una capacità di pensare e leggere la
realtà con specificità diverse dagli uomini (75,7%), ma questi ultimi sembrano
condividere meno tale competenza: è d’accordo il 59,6%. In modo analogo,
inoltre, le donne impegnate nell’ambito dell’informazione (41,8%) sostengono più
degli uomini (24,5%) di essere penalizzate.
Il 36,5% ha dichiarato che l’informazione sarebbe migliore se ci fossero più
donne con ruoli importanti (20,5% tra gli uomini, 51,3% tra le donne). Se poi si
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parla di politica ben il 40% è convinto che si assisterebbe a un miglioramento del
livello. E in questo caso la quota di donne che si dichiarano in tal senso è il
58,3%.
I dati che abbiamo visto finora devono far riflettere su quanta strada devono
ancora fare le donne per rimuovere gli ostacoli verso un’effettiva condizione di
pari opportunità tra uomini e donne. E soprattutto devono far riflettere sulla strada
che deve fare l’Italia in termini di sviluppo economico, sociale e politico, se
ancora oggi, alle porte del 2020, la questione della discriminazione di genere
conserva radici profonde, che rappresentano un ostacolo anche alla crescita
economica.
A lungo, infatti, si è creduto che lo sviluppo avesse una natura
antropologicamente indifferenziata, volta esclusivamente al miglioramento della
qualità della vita del cittadino, alla sua crescita sociale ed economica, alla sua
partecipazione alla vita pubblica, senza differenze di genere o di orientamento
sessuale, di luogo di nascita o di fede religiosa. E, invece, non è stato così. O per
lo meno non lo è stato sempre. E nel caso specifico che riguarda le donne lo è
stato solo occasionalmente.
Lo sviluppo sicuramente ha significato maggiori possibilità di scelta per gli
individui ma non ha sempre reso più praticabili tali scelte e più certi ed esigibili i
diritti.
Purtroppo, infatti, la storia e la cronaca mettono in evidenza persistenti
disparità e divari legati al genere. E non possiamo far altro che constatare che
non è stato pienamente soddisfatto un principio fondante di quello che “oggi”
intendiamo per sviluppo: l’uguaglianza dei cittadini in termini di diritti e
opportunità.
Quando alcuni diritti sono esclusivi, appannaggio soltanto di una parte della
società, si chiamano privilegi.
Appare chiaro, invece, che favorire l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità
tra uomini e donne non è un atto di benevolenza ma un elemento funzionale alla
crescita economica e sociale.
E’ evidente la stringente relazione tra sviluppo economico e sviluppo dei diritti
e delle opportunità. E non perché, come si è già detto, lo sviluppo tende
naturalmente a favorire l’estensione dei diritti ma perché questi producono tassi
più elevati di dinamicità economica e sociale.

Oggi, sempre più, le performance economiche sono connesse alla presenza
di ambienti positivi dal punto di vista dell’opportunità e dei diritti. Quando sono
garantite le dotazioni infrastrutturali (che consentono, ad esempio, l’accesso alla
rete autostradale e agli aeroporti) e la disponibilità di aree attrezzate, ad
assumere rilevanza è un contesto favorevole strettamente connesso ad aspetti di
qualità sociale.
I mercati che vedono le donne protagoniste al pari degli uomini, ne sono un
evidente esempio. Ovunque si è alzato il livello di presenza femminile nella
società gli indicatori economici hanno registrato dinamiche e performance migliori
rispetto ad aree in cui la struttura sociale e politica presenta elementi di forte
vischiosità per le donne.
E laddove il nuovo protagonismo delle donne ha prodotto migliori risultati
economici non è perché le donne sono più brave ma perché la limitazione dei
diritti genera inevitabilmente una distorsione delle dinamiche economiche.
Distorsioni ancora più evidenti in una competizione che si è fatta globale.
Investire nelle capacità delle donne e attribuire loro il potere di esercitare le
proprie scelte non è, dunque, soltanto un valore in sé ma è anche il modo più
sicuro di contribuire alla crescita economica e allo sviluppo della società.
Sotto questo punto di vista l’Italia, nel suo complesso, paga il prezzo di un
tempo che sembra scorrere più lentamente rispetto agli altri Paesi sviluppati, di
un sistema ancora largamente inefficiente e incapace di rispondere alle
sollecitazioni di un mondo che gira a velocità doppia o tripla.
Analizzando i vertici di quegli organismi che, a vario titolo e in forme diverse,
hanno un ruolo di governo del sistema, come può essere la politica ma anche il
sistema dell’informazione, si evidenzia che nella maggior parte dei casi i ruoli
apicali sono occupati quasi esclusivamente da uomini.
Non esistono ragioni plausibili per la continua esclusione delle donne dai
sistemi considerati poiché, tutti gli studi, hanno dimostrato che sono, invece, un
fattore essenziale di sviluppo e cambiamento.
Dove si è investito nelle capacità delle donne, e si è attribuito loro il potere di
esercitare direttamente le competenze, ciò ha significato un forte contributo alla
crescita economica e allo sviluppo generale.
L’eliminazione delle barriere all’accesso delle donne ai vertici dei sistemi
economici, sociali e politici non è, quindi, un obiettivo tecnico, ma è un processo
che richiede, soprattutto, un nuovo modo di pensare la società.

Contemplare tutti i cittadini, a prescindere dal genere, come soggetti e agenti
del sistema, che contribuiscono e beneficiano dei processi di sviluppo, significa
naturalmente considerare adeguatamente i molteplici impegni a cui una donna
deve far fronte nella gestione e conciliazione della sfera familiare e di quella
professionale. E’ evidente, però, che un processo che tenda a favorire e a
valorizzare il ruolo delle donne nel quadro dello sviluppo, deve anche rovesciare
la logica che vede la donna esclusivamente destinata alla gestione della famiglia
e l’uomo alla vita civile.
Soltanto rovesciando questa logica si possono considerare, con altri termini e
altri pesi, le dotazioni sociali della società. Infatti, ancora oggi, in Italia, prevale la
tendenza a considerare la dotazione di infrastrutture sociali come un fattore
ausiliario alla crescita economica e allo sviluppo della società.
La carenza di strutture sociali ha significato, invece, un ulteriore limite
all’accesso delle donne nel mondo del lavoro e un freno evidente allo sviluppo.
E’, invece, di fondamentale importanza favorire la partecipazione femminile,
in maniera attiva, al fine di facilitare e rendere possibile un intervento autonomo
delle donne in seno a quelli che sono i problemi sociali ed economici generali.
Poiché lo sviluppo non è legato solo all’economia, ma anche alla cultura,
all’organizzazione dei saperi e delle conoscenze, è necessario avviare un
processo ampio, che non si limiti solo a testimoniare la presenza femminile, ma
che produca un equilibrio reale nelle dinamiche di governance del sistema nel
suo complesso.
I diversi tassi di attività tra uomini e donne, al pari dell’assenza di queste
ultime da incarichi di vertice, indicano molto chiaramente la perdurante assenza
di condizioni di pari opportunità.
Questo evidente disequilibrio genera, conseguentemente, un processo
avvitante e atteggiamenti di sfiducia da parte delle donne nei confronti del
mercato del lavoro.
Tale sfiducia sembra coinvolgere in misura minore le giovani generazioni
(infatti, a differenza che nel passato, una quota più rilevante di giovani donne si
presenta sul mercato del lavoro), ma questa maggiore spinta ad entrare delle
donne ad entrare nel mondo economico amplifica la domanda senza soddisfarla,
considerato che la disoccupazione giovanile continua a segnare punte assai più
rilevanti fra le femmine piuttosto che fra i maschi.

E’ evidente che le donne hanno investito molto su sé stesse negli ultimi
vent’anni (dall’educazione alla salute, dal rapporto con l’altro sesso alla
considerazione di sé) ma le porte delle opportunità sono ancora socchiuse e
quando si aprono lo fanno con molta più lentezza e riluttanza di quanto sarebbe
necessario.
Questo stato di fatto denuncia una struttura sociale ancora immatura, come
dimostrano i dati della ricerca, incapace di rispondere adeguatamente alle nuove
sfide che il mondo impone.
L’attenzione va posta sui contenuti e sulle iniziative da attuare per migliorare
non solo i tassi di crescita economica ma anche la sua qualità. E alla base di
questi approcci valutativi vi sono alcuni aspetti fondamentali:
• la garanzia di effettive pari opportunità per tutti i cittadini;
• l’attribuzione di un potere reale a questi ultimi, in modo che possano
essere, al tempo stesso, partecipi e beneficiarie dei processi;
• pari opportunità di partecipazione ai processi decisionali in politica e in
economia;
• pari retribuzione per lo stesso lavoro;
• parità di tutela giuridica;
• eliminazione di ogni forma di discriminazione sessuale e di violenza nei
confronti delle donne;
• parità di diritti dei cittadini in ogni campo, sia pubblico (quale l’ambito di
lavoro) che privato (quale l’ambito familiare).
Considerati i dati analizzati precedentemente, è evidente che occorre
considerare con nuovi parametri l’idea di sviluppo. E occorre riconsiderarlo in
un’unica matrice che tenga insieme ambiti concettuali, fino ad oggi, considerati
separatamente.
Fermo restando che non si può pretendere che la normale contabilità misuri
ciò che non può essere misurato, l’obiettivo è quello di indurre tutti a smettere di
considerare il PIL come una stima, anche solo indiretta, del benessere e dello
sviluppo.
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Solo in questo modo le analisi possono essere di effettivo supporto
all’orientamento politico e facilitare le azioni di indirizzo e di governo della società
in un’ottica di crescita che ponga l’Italia al passo dei paesi più avanzati.
Non si tratta solo di stabilire una priorità di intervento ma di comprendere le
dinamiche che permettono lo svilupparsi di nuove forme di discriminazione,
anche se meno evidenti di quelle tradizionali, ugualmente profonde e complesse.
A tal proposito, per chiarire le dimensioni del fenomeno discriminatorio nei
confronti delle donne, è opportuno ricordare che esso rappresenta la forma di
esclusione più diffusa.
Quando si fa riferimento alle “pari opportunità” s’intende perseguire l’obiettivo
di rendere paritario l’accesso ai beni valorizzanti socialmente, ad opportunità ed
a risorse. L’obiettivo non consiste, cioè, nel far sì che le donne e gli uomini siano
uguali, ma che possono godere sempre delle medesime possibilità.
Il livello generale delle sensibilità relative alle problematiche di genere stanno
sicuramente aumentando, ma è altrettanto evidente che il riconoscimento
formale, ancora troppo spesso, non coincide con il riconoscimento sostanziale di
un diritto.

Agenzia DIRE  www.dire.it

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