Cultura, l’emergenza dimenticata del Paese.

Il 15 novembre si terranno a Roma gli Stati Generali della Cultura: un’occasione per riflettere sull’importanza di questo comparto in Italia e per tornare a chiedersi cosa è importante e cosa concretamente si può fare per salvaguardare le nostre opportunità di sviluppo.

Dal sito “Wikipedia”: Si riuniscono gli Stati Generali quando incombono sul paese pericoli imminenti.

Questa definizione rende molto bene l’idea dell’emergenza culturale in Italia. Un’emergenza purtroppo dimenticata, nell’indifferenza generale, con conseguenze gravissime sul grado di civiltà esistente e percepito.

In questo quadro, sono fondamentali gli Stati Generali della Cultura che, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, sono organizzati, per il prossimo 15 novembre 2012, dal Sole 24 ORE, Accademia Nazionale dei Lincei ed Enciclopedia Treccani.
Questo, è davvero il momento giusto per intervenire poiché il sistema sta attraversando una fase di reset e in questa momento (se non ora quando?) è possibile cambiare l’ordine delle cose. Occorre rovesciare la “piramide” dei bisogni della collettività, mettendo alla base proprio la cultura quale rimedio necessario al brutto vivere e all’attuale colorazione grigia della vita economica e sociale.

Una good economy non può fare a meno di contemplare questo fondamentale aspetto per lo sviluppo sociale, economico e quindi culturale di una società. Ma la cultura deve essere apertura. Deve abbandonare una certa connotazione elitaria. I pochi devono diventare molti. Spalanchiamo le porte alla cultura! Cultura è partecipazione, è crescita individuale. Possibilità di riscatto per le città che cambiano, per le trasformazioni sociali in corso.
Per dirla con Andrea Carandini è il momento di tornare all’essenza cultura. C’è tutto in questa essenza. Scorre la vita. Scorre il modus vivendi. Scorrono le immagini della storia. La cultura crea e trasforma. Può cambiare il senso delle cose. Tutti siamo chiamati a proteggerla e ad alimentarla. Siamo noi cultura, siamo noi la cultura. Un’idea può portarci ovunque, possiamo attraversare mari e mondi lontani. Oggi più che mai, con la forza delle comunicazioni che avvicinano, che elevano e che non devono discriminare. Non accedere alla cultura è una limitazione di un diritto fondamentale. Ecco perché dotare tutti di mezzi necessari è un sicuro approdo dopo una navigazione attraverso i mari del sapere e i mari del poter essere e poter fare. In questo la cultura è sostenibile e sostanziale.

Abbiamo ancora un faro che ci illumina nei momenti bui. La nostra Costituzione che ci permette di sentirci Nazione e di scolpire la bellezza dell’art. 9 mentre svolgiamo le nostre vite. Si pensi al paesaggio, alla lettura, al cinema, al teatro, alla pittura, ad un museo, ad un monumento. Cultura è emozione. E’ emozionarsi. E’ emozionare.

Afferma con incisività Gustavo Zagrebelsky che la cultura – per parafrasare un’espressione triviale – non si mangia, ma può dare da mangiare a molti e in molti modi, soprattutto quando, com’è auspicabile, si rivolge al pubblico dei grandi numeri. Ma, deve trattarsi, per così dire, di una conseguenza, o di un effetto collaterale e indotto, non dell’obiettivo primario, prevalente sul rispetto della cultura. Questa frase racchiude il senso del binomio cultura economia sul quale molto spesso, malgrado molti convegni, si avverte la mancanza di una concretezza Salvemiana incentrata sul momento del fare, il momento della ricchezza della cultura e della cultura che produce lavoro e ricchezza. Quanti pensano, mentre si ascolta un’orchestra, che i musicisti stiano lavorando? Cosa c’è dietro l’esecuzione di un brano? Ci sono anni di studio, impegno, spese per perfezionarsi. E allora non facciamo tacere gli strumenti!
Aggiunge Zagrebelsky e questa affermazione è davvero illuminante che la cultura è una delle tre “funzioni sociali” sulle quali si reggono le nostre società: economia, politica e, per l’appunto, cultura. Tutti i bisogni sociali sono ascrivibili a uno degli elementi di quella triade, elementi che, variamente configurati, intrecciati, coordinati o messi in gerarchia connotano il modo d’essere e di reggersi delle nostre società.

E allora come non concludere con Andrea Carandini il quale afferma che Cultura è muovere lo sguardo sull’oceano umano.

di Antonio Capitano

L’articolo è stato redatto in collaborazione con Marianna Scibetta.

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