Commentando l’uccisione di Soumaila Sacko.

’È stato assassinato in un contesto politico’’, dice Aboubakar Soumahoro, responsabile nazionale immigrazione dell’Unione Sindacale di Base, commentando l’uccisione di Soumaila Sacko.

La sera del due giugno 2018, il ventinovenne Soumaila Sacko è stato ucciso con una pallottola in testa, davanti una fabbrica abbondonata da 10 anni nella zona di San Calogero, l’ex Fornace, in provincia di Vibo Valentia. Quel giorno Soumaila si era spostato dalle baracche di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, dove viveva, per raggiungere l’ex fabbrica insieme a due suoi compagni, Madiheri Drame e Madoufoune Fofana. Madiheri ha raccontato che a sparare loro quattro colpi di fucile è stato un uomo sceso da una Fiat Panda, che ha prima colpito Soumaila sulla tempia e poi ha puntato gli altri due, i quali sono stati feriti alla gamba e alla schiena. Soumaila è morto nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Polistena, lasciando una figlia di 5 anni.

Ricordiamo che nell’area dell’ex “Fornace Tranquilla” è sita una fabbrica di laterizi posta sotto sequestro da 10 anni per l’interramento di 134 mila tonnellate di rifiuti tossici.

Il 19 febbraio 2019, La Corte d’assise ha ammesso come parte civile, oltre ai familiari della vittima (la madre, la moglie, la figlia minore e i fratelli di Soumaila, tutti residenti in Mali) anche l’Usb, e rispettivamente rappresentati dagli avvocati Arturo Salerni e Mario Antonio Angelelli di Progetto Diritti. Il pubblico ministero di Catanzaro ha chiesto che, tra le prove, siano incluse le intercettazioni telefoniche di Antonio Pontoriero, accusato dell’omicidio, effettuate nel periodo intercorso tra l’atto e il suo fermo. A margine dell’udienza, Aboubakar Soumahoro, dirigente sindacale dell’Usb, ha dichiarato: “Questo processo riguarda un uomo, un padre di famiglia, un attivista sindacale, un bracciante, che non riusciva a vivere con la fatica di un lavoro che svolgeva dall’alba al tramonto e quindi era costretto a vivere tra le lamiere. Chiediamo – ha proseguito Aboubakar Soumahoro – che sia fatta giustizia, chiediamo che siano fatte verità e piena luce, e chiediamo che nessuno altro essere umano sia mai costretto a vivere tra le lamiere“. L’ammissione come parte civile dei familiari e del sindacato di base è stata accolta con soddisfazione sia da Progetto Diritti che dall’Usb che, in una nota, ha inteso riaffermare il proprio impegno nelle lotte sociali e sindacali dei braccianti, per i quali Soumaila Sacko ha dato la vita: “Il presidente Alessandro Bravin – si legge nella nota – ha riconosciuto che dall’assassinio di Soumaila – hanno tratto un danno sia la famiglia che Usb. In un periodo di forti preoccupazioni per gli abitanti della baraccopoli di San Ferdinando – scrive l’Usb – l’impegno di Soumaila sarebbe stato un valore al centro della lotta per la dignità dei braccianti, per una giusta paga, per una casa per tutti”. La nuova udienza si terrà il prossimo 9 aprile, con l’escussione dei primi testimoni.

Le ultime notizie sul processo per l’uccisione del sindacalista del Mali, Soumaila Sacko, sono ferme al primo giugno 2019, quando Rainews, con un trafiletto commemora l’anniversario ad un anno dalla barbara uccisione di colui che è ormai diventato un simbolo dello sfruttamento del caporalato nostrano. Nella micro-commemorazione, rainews parla dell’ultima fase conosciuta del processo, l’udienza del 19 febbraio 2019, riportando il nome del quarantatreenne Stefano Corradini come imputato di omicidio.

Presumibilmente, poiché si sono perse le tracce di tale processo, si presume un rinvio a giudizio, con relativi arresti domiciliari, sia per il Pontoriero che per il Corradini, fermo restando che siano loro, o uno o l’altro, i responsabili dell’efferato crimine. Perché tutto sembra insabbiarsi tra le sabbie mobili della giustizia italiana, che non pensa di risolvere in tempi brevi il fenomeno del caporalato, né tantomeno scoprire il vero assassino di un negro che lavorava in nero, e il gioco di parole non è casuale.

Perché, viene spontaneo chiedersi. Perché l’Italia è il paese delle domande senza risposta.

Visite: 357