BIODIVERSITÀ. NATURASÌ: L’AGRICOLTURA RIPARTE DA INFRASTRUTTURE VERDI.

(DIRE) Roma, 21 mag. – La biodiversita’ e’ a rischio, e la perdita di natura mette in pericolo anche le societa’ e la salute umane, come e’ stato ricordato da molti esperti e scienziati nel dibattito sulle cause della pandemia Covid-19. Serve quindi piu’ natura, e piu’ sana, anche nei nostri campi. Le infrastrutture verdi – costituite da siepi, boschi, filari di alberi, corsi d’acqua e piccole zone umide – sono un riparo formidabile per centinaia di specie viventi animali e vegetali che sopravvivono specificamente in questi microhabitat preziosissimi per la biodiversita’ e in buona parte scomparsi dal paesaggio agricolo italiano e non solo. E questa ricca biodiversita’ naturale nei campi e’ anche un aiuto a chi coltiva con metodi naturali. Solo nelle 100 aziende agricole biologiche e biodinamiche cerealicole delle 300 totali della rete NaturaSi’, la piu’ grande azienda del biologico italiano, gli spazi destinati a queste infrastrutture naturali coprono 3.600 ettari della superficie agricola. Un piccolo patrimonio di biodiversita’ che da’ rifugio a impollinatori e insetti che contrastano i parassiti delle piante alimentari, come la crisopa, che mangia gli afidi e vive nelle siepi. Un’oasi naturale diffusa grande quanto 3.600 campi da calcio composta da boschi, stagni, alberi in cui sono riapparsi piante e animali che non si vedevano da tempo. Solo per citarne alcuni: il barbagianni, la testuggine palustre europea, la rarissima felce Marsilea. Ma a guadagnarne non e’ esclusivamente l’equilibrio ambientale e naturale: solo il lavoro degli insetti impollinatori vale nei campi europei 15 miliardi di euro l’anno e garantisce la riproduzione dell’84% delle piante coltivate. “Lo slogan della Giornata Mondiale della Biodiversita’, che si celebra domani 22 maggio, e’ ‘Our solutions are in Nature’ e un aiuto alla natura stessa puo’ e deve arrivare dall’agricoltura”, dice Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSi’. “Abbiamo bisogno di un sistema agricolo che rispetti la biodiversita’ e che dalla biodiversita’ tragga forza. L’obiettivo nelle 300 aziende agricole del nostro ecosistema e’ di portare al 15% il totale delle superfici destinate alla presenza di aree lasciate alla natura selvaggia che danno feedback salubri ai campi agricoli che li’ intorno vengono coltivati. Tutto si tiene in un equilibrio in cui l’uomo deve ‘solo’ assecondare i ritmi biologici: a beneficiarne siamo tutti, agricoltori e consumatori”.

L’agricoltura puo’ trasformarsi da causa della perdita di biodiversita’ a risorsa per proteggere la natura e, addirittura, in asset per la produzione. A raccontare come, nella pagina Facebook NaturaSi’ la web conference “Biodiversita’ in campo. La Natura ci aiuta, anche a produrre cibo”, sono oggi – assieme a Fausto Jori e al conduttore di Caterpillar Radio2 Massimo Cirri – Lorenzo Ciccarese, responsabile Conservazione specie e habitat terrestri ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) Fabio Dartora, faunista, responsabile del progetto biodiversita’ presso l’azienda biodinamica San Michele di Cortellazzo (Venezia); Antonio Tesini, agricoltore biologico e presidente della Cooperativa Ca’ Magre. Secondo i dati dell’IPBES – il panel di ricerca delle Nazioni Unite dedicato alla Biodiversita’ – tre quarti delle terre emerse sono stati significativamente alterati dall’azione umana. Tra le cause maggiormente impattanti sugli habitat ci sono l’agricoltura e l’allevamento industriali. A livello globale, dal 1970 a oggi, il volume della produzione agricola e’ aumentato di circa il 300%, ma questo risultato e’ stato raggiunto senza preoccuparsi del suolo, dell’ambiente, dell’inquinamento e quindi della stessa salute umana. E oggi (sempre secondo i dati delle Nazioni Unite) paghiamo il conto anche a livello economico: il degrado del suolo ha ridotto del 23% la produttivita’ della superficie terrestre globale e fino a 577 miliardi di dollari in colture globali annuali sono a rischio per la scomparsa degli impollinatori.

L’espansione dell’agricoltura industriale, insieme all’allevamento intensivo, e’ tra i principali motori della distruzione globale delle foreste per liberare suoli da destinare a colture e pascoli e i ricercatori stimano che il 31% delle malattie infettive emergenti – tra cui HIV-AIDS, Ebola e Zika e con estrema probabilita’ anche Covid-19 – siano legate alla distruzione, degradazione e frammentazione di foreste e altri habitat naturali, secondo i dati riportati da Greenpeace. Ma c’e’ un’agricoltura che puo’ rallentare l’erosione degli ecosistemi e addirittura curarli. Contribuendo anche attivamente alla conservazione delle specie e degli habitat. “Nelle nostre 300 aziende agricole, oltre alla scelta del biodinamico e del biologico, e quindi al mancato utilizzo di pesticidi e fertilizzanti di chimica di sintesi, si praticano ricche rotazioni colturali, che assicurano una grande varieta’ di specie coltivate contemporaneamente, e viene promosso l’utilizzo di semi di varieta’ adatte all’agricoltura biologica. In alcune di queste aziende, inoltre, sono stati avviati negli ultimi anni veri e propri progetti di ricerca per facilitare lo sviluppo delle ‘infrastrutture’ verdi che permettono la vita delle specie animali e vegetali da sempre legate all’agricoltura”, spiega Fausto Jori.

È stato da poco rifinanziato, per esempio, il progetto europeo “Life Impollinatori” a cui l’azienda del biologico partecipa insieme all’Universita’ di Venezia, alla Regione Veneto, alla Regione Friuli e alla Regione Aragon in Spagna. L’obiettivo e’ quello di destinare ulteriori 3 milioni di euro alla creazione di zone verdi nelle aziende agricole per aumentare la biodiversita’ e stimolare l’impollinazione anche attraverso la cura delle api e degli spazi per accoglierle. “La pandemia Covid-19 ha dimostrato una volta per tutte come non possa esistere una societa’ sana in un Pianeta malato”, conclude l’amministratore delegato di NaturaSi’ citando le parole di Papa Bergoglio. “Lo sfruttamento intensivo dell’ambiente porta a squilibri che minacciano direttamente la sopravvivenza delle societa’ umane. L’uomo si e’ appropriato di spazi e risorse in modo massivo, alterando l’equilibrio naturale fino a procurare danni a se stesso. È ora di lavorare a un nuovo equilibrio: noi seguiamo questa strada da 30 anni, anzi e’ la mission che ha ispirato la nostra fondazione. Ma ci sentiamo di dire che si tratta di un esempio che potrebbe essere esteso a tutti i campi italiani: se almeno il 10% della superficie agricola fosse lasciato allo sviluppo della biodiversita’, avremmo costruito una vera infrastruttura verde nazionale che contribuirebbe alla salvaguardia del suolo e alla stessa fertilita’ dei terreni agricoli”.

Agenzia DiRE  www.dire.it

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