AMBIENTE. PROCESSO VALLE SACCO, DIFESA: CONTAMINAZIONE? NON DA ACQUE BIANCHE.

AVVOCATI PARTI CIVILI: B-HCH IN SEDIMENTI CONDOTTE SOPRA IL 100MILA% (DIRE) Roma, 20 mag. Per l’inquinamento del fiume Sacco da betaesaclorocicloesano (sottoprodotto del pesticida lindano, ndr) dal punto di vista tecnico-scientifico il contributo che “le cosiddette acque bianche hanno dato a valle del sito non puo’ dimostrare uno stato di contaminazione ambientale” e i limiti di legge applicati da Arpa Lazio per i campionamenti delle acque bianche “non sono del tutto corretti”. È quanto sostenuto, in sintesi, nella relazione depositata dalla difesa nel processo per reati ambientali Valle del Sacco. La perizia e’ stata realizzata da Floriana Pellegrini, chimica presso un laboratorio privato, interrogata dal pm e dagli avvocati delle parti civili e della difesa nel corso dell’udienza che si e’ tenuta oggi al Tribunale di Velletri, in provincia di Roma. Quattro gli imputati di un processo dalla storia travagliata, aperto nel 2010 e scampato alla prescrizione grazie alla verifica in Corte Costituzionale. Carlo Gentili, ex direttore dello stabilimento industriale della Caffaro a Colleferro; Giovanni Paravani e Renzo Crosariol, legale rappresentante e direttore tecnico del consorzio Csc (Consorzio Servizi Colleferro), azienda che gestiva lo scarico delle acque della zona industriale di Colleferro, all’origine della contaminazione della valle del Sacco in base all’accusa; e Giuseppe Zulli, ex direttore della Centrale del Latte di Roma, che, secondo la Procura, era a conoscenza prima dello stato di emergenza dichiarato nel 2005 che nelle mucche degli allevamenti che rifornivano l’azienda c’era del lindano, ma non avrebbe avvisato le autorita’ sanitarie competenti. L’ipotesi, sostenuta dalla perizia richiesta dalla difesa di Paravani, metterebbe di fatto in dubbio l’assunto di partenza di uno dei capi di imputazione del processo Valle del Sacco, e cioe’ che la contaminazione da beta-HCH del fiume Sacco fosse partita dai collettori interrati all’interno del sito Caffaro, che avrebbero scaricato direttamente nel fosso Cupo – che si immette, a sua volta, nel corso d’acqua all’altezza di Colleferro – senza adeguata previa depurazione e senza autorizzazione.

“La diffusione dei contaminanti non ha avuto un’unica origine- ha dichiarato la teste- e, alla luce della mappatura analitica dell’Arpa Lazio, sappiamo che esistevano sedimenti di betaesaclorocicloesano a monte dell’immissione del fosso Cupo nel fiume Sacco”. Il Sacco e’ stato contaminato, dunque, ma, secondo la consulente di parte, “le acque bianche non sono state il vettore di tale contaminazione” e “le quantita’ di sostanze contaminanti presenti non eccedevano i limiti che- ha aggiunto- avrebbero dovuto essere applicati”, cioe’ “quelli previsti dalla normativa vigente per gli scarichi di reflui”. L’Arpa, avrebbe “utilizzato i limiti piu’ restrittivi relativi ai corpi idrici superficiali significativi, non applicabili alle acque bianche- ha sostenuto la teste in aula- ma le motivazioni tecniche non sono sufficienti ad argomentare questa adozione”. Esisterebbero poi, ha aggiunto Pellegrini interrogata dagli avvocati, “incongruenze rispetto alla verbalizzazione dei campionamenti”, oltre alla “non completa disponibilita’ della documentazione”. Al controesame della relazione, pero’, l’avvocato di parte civile, Vittorina Teofilatto, ha contestato la tesi esposta da Pellegrini riportando i dati dei campionamenti sui sedimenti presenti nelle condutture interrate, contenuti in una delle relazioni Arpa che la teste ha dichiarato di non ricordare, “in cui i valori di beta-HCH risultano essere superiori del 100mila%, cosi’ come risultano dati altissimi di microgrammi di beta-HCH per litro nelle acque delle condotte e per chilo nei sedimenti. Come si spiegherebbe una percentuale cosi’ alta nei sedimenti dei collettori?”. E “da quale punto”, tecnicamente, “sarebbe partita la contaminazione da beta-HCH”, ha aggiunto l’avvocato di parte civile Massimo Guadagno, se e’ vero che a Valmontone, prima che il Sacco giunga nel territorio di Colleferro, “gli accertamenti hanno dato esito negativo?”. Domande a cui la teste ha risposto rimandando agli esiti di un’indagine sui sedimenti che sara’ depositata, con un’ulteriore consulenza di parte, nel corso delle prossime udienze. Il processo proseguira’ con gli esami degli imputati, la discussione del pubblico ministero e delle parti civili. L’avvocato Teofilatto ha depositato agli atti la relazione Arpa datata 21 ottobre 2006. La prossima udienza e’ fissata per il 24 giugno.

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