Africa, gli esperti alla Dire: “Neocolonialismo? Non è solo francese”.

Il colonialismo in Africa non è mai davvero finito e il problema, a ben guardare, non è solo la Francia o il “suo” franco Cfa: è il dato emerso da un incontro ospitato dall’agenzia ‘Dire’ con le voci di esperti e attivisti di origini africane.

Condividi su print

ROMA – Il colonialismo in Africa non è mai davvero finito e il problema, a ben guardare, non è solo la Francia o il “suo” franco Cfa: è il dato emerso da un incontro ospitato dall’agenzia ‘Dire’ con le voci di esperti e attivisti di origini africane.

L’assunto è che a oltre 70 anni dall’istituzione del franco Cfa in 15 Paesi africani, in pieno colonialismo francese, il dibattito tra favorevoli e contrari non si è mai fermato e la Francia continua ad essere accusata di saccheggiare le risorse del continente e frenare quelle economie.

Un punto su cui anche il vicepremier italiano Luigi Di Maio è intervenuto, ipotizzando un legame di causa-effetto con le migrazioni dall’area.

“Il problema è che il colonialismo in Africa non è mai finito” ha avvertito John Mpaliza, attivista di origine congolese per i diritti umani e per la pace. Non solo la Francia continua a utilizzare risorse energetiche, ma anche tanti Paesi – come Cina, Russia, Stati Uniti, e non ultima l’Italia”.

L’attivista ha continuato: “Il fatto che qualcuno che non conosce l’Africa si appropri delle nostre battaglie non è giusto. Ci strumentalizzano”.

L’incontro, con il titolo ‘Neocolonialismo sulla pelle dell’Africa – sfruttamento delle risorse tra realtà e fake news’, è stato organizzato in collaborazione con la Rete della diaspora nera africana in Italia (Redani), l’Associazione delle donne panafricane della diaspora, il Movimento degli africani, la Diaspora africana del centro-sud, i Camerunensi di Roma e del Lazio (Camrol) e Kellam onlus.

Come Mpaliza, anche il poeta e rifugiato politico Soumaila Diawara, originario del Mali, ha sottolineato che i problemi dell’Africa non si riducono al franco Cfa, ma vanno osservati a partire da tre dinamiche negative: “Primo, il commercio di armi, che alimenta le guerre.

Secondo, le multinazionali, che inquinano l’ambiente o saccheggiano risorse”. Un esempio tra le altre, “Shell, Total o l’italiana Eni, che hanno compiuto più danni del franco Cfa stesso”.

Terzo, ha continuato Diawara, “il sostegno dell’Occidente ai dittatori africani. Ci sono famiglie che governano da decenni, pensiamo alla Repubblica del Congo o al Togo. Ma attenzione: chi sfrutta l’Africa è anche chi sfrutta i Paesi europei”.

A puntare il dito contro le multinazionali è anche lo scrittore di origine camerunense Ndjock Ngana. “Dato che hanno comprato le terre, togliendole ai coltivatori, presto quegli africani verranno qui. Cos’altro potrebbero fare?” la provocazione dell’intellettuale, che ha aggiunto: “Dobbiamo chiederci cosa fa l’Italia in quei Paesi”.

A smentire un legame diretto tra franco Cfa e migrazioni sono però i numeri, ha suggerito Vincenzo Giardina, il giornalista della ‘Dire’ moderatore dell’incontro: “Stando al dati dell’Unhcr del 2018, i primi Paesi di partenza dei migranti che intraprendono la traversata del Mediterraneo sono Guinea e Marocco, che non usano il franco Cfa”.

I relatori hanno ricordato che anche sull’Italia, come sulla Francia, pesa un passato coloniale in Africa. Angelica Pesarini, docente di sociologia della New York University, ha ricordato le “tante atrocità” commesse e l’assenza “alla fine della Seconda guerra mondiale di un ‘processo di Norimberga’ per i criminali italiani”.

“Libia, Etiopia, Jugoslavia e Grecia – ha detto Pesarini – chiesero l’estradizione di 1.200 persone che non furono mai consegnate”. La docente ha parlato anche di identità, integrazione e razzismo: “Sebbene in molti ancora pensino che per essere italiani bisogna essere bianchi, nel 2019 va preso atto del fatto che l’Italia presenta una diversità di culture e religioni notevoli. Slogan divisivi come ‘prima gli italiani’ non aiutano e tanti giovani di seconda generazione si sono mobilitati per dire ‘anche io sono l’Italia’”.

Suzanne Mbiye Diku, presidente di Redani, ha riportato il dibattito sul tema del franco Cfa: “Bene gli slogan contro, ma cosa vogliono dire? Dietro le parole di chi vorrebbe togliere questa moneta, si cela una vasta gamma di domande a cui bisogna rispondere con competenza”.

Ancora Mpaliza: “Per i cittadini italiani e europei che usufruiscono del benessere in Europa non è facile portare avanti questa battaglia stando qui. Noi dobbiamo fare di tutto per dare gli strumenti all’Africa per farcela, e magari anche cominciare a tornare in quei Paesi. Così, smetteremo anche di essere strumentalizzati”.

Agenzia DIRE  www.dire.it

Visite totali:20
Print Friendly, PDF & Email

Potrebbero interessarti anche...