NO, VINCERE NON È LA SOLA COSA CHE CONTI.

ACCADEMIA DEI PARMENIDEI
     UFFICIO STAMPA

Di Pasquale D’Aiuto, Avvocato. Diciotto giugno venti ventuno.

[anche su sparappecoglie.it]

Giampiero Boniperti, mito del mondo di una squadra italiana di calcio e non solo, è scomparso oggi. Viene unanimemente ricordato con stima e trasporto. Non potrei né saprei azzardare una valutazione sull’uomo, però ho scoperto sia stato l’autore del celebre slogan di quella società sportiva: “Vincere non è importante: è la sola cosa che conti!”.

Ecco, su questa frase qualcosa da dire ce l’ho: io trovo essa rappresenti quanto di più antitetico al concetto di sport, se non a quello di convivenza civile. Un’affermazione imprudente e, se non pericolosa, di certo immemore dei progressi che l’umanità sta faticosamente tentando di compiere da qualche millennio a questa parte.

Innanzitutto: chi la pronuncia è un vincente? Per forza: se non lo è, allora ammette di valere zero, di essere irrilevante. E, se lo è, lo è sempre stato e sempre lo sarà? In caso contrario, una parte della sua vita dovrebbe essere cancellata dagli annali. Ma poi, chi è vincente? Chi eccelle nel proprio lavoro? Ecco: chi primeggia nello sport, per esempio? E cosa significa essere primi: sconfiggere tutti gli altri oppure occupare una posizione tra i migliori? E per quanto tempo?

E chi sono, i migliori? I primi dieci su mille, su un milione? Esempio: la squadra di serie A che naviga a metà classifica, è vincente oppure non può declamare lo slogan, siccome non conquista nemmeno uno scudetto? Quindi, i suoi tifosi sono dei sognatori o, nella peggiore delle ipotesi, degli stolti?

E non si dica che il motto riguardi “soltanto” lo sport. Perché lo sport è metafora dell’esistenza, nato come palestra, connaturata all’uomo, di sana competizione, di confronto, di crescita, di abitudine alla vittoria ma anche alla sconfitta, di tensione a primeggiare ma anche di lealtà, di superamento dei limiti ma anche serena accettazione di essi! Sport è passione, è fratellanza. E dopo, molto dopo, vittoria.

Ora, presto assisterò ad un saggio di pianoforte dei miei figli. Credo siano bravi ed io ne sono orgoglioso ma, se giro un po’ in rete, posso trovare bambini prodigiosi che eseguono, come se bevessero un bicchier d’acqua, pezzi molto più complessi: sono geniali. Quindi i miei figli non sono “vincenti”, il mio orgoglio è vano? Beh, se è così, tutta l’esperienza, tutto l’impegno, la crescita spirituale, l’impatto educativo della musica non servirebbero a nulla: sarebbero comunque irrilevanti.

Vale per lo sport: chi gioca a tennis ma lo fa per puro diletto, è uno zero? Dovrebbe, forse, allontanarsi dal concetto stesso di attività sportiva? Il giovanissimo tennista Sinner ha vinto dei tornei ma ha rimediato anche dure sconfitte: è un vincente oppure lo è solo Federer… che, pure, ultimamente è prematuramente uscito dal torneo di Halle?!

La marciatrice alla maratona di New York che riesce a concludere l’intera gara dopo essere dimagrita venti chili ed aver disciplinato corpo e spirito con duri sacrifici durati anni, arrivata ultima ma pur sempre al traguardo, è forse una perdente?! No, ovviamente: ha vinto. E alla grande.

Chi decide se sei un vincente o un perdente? La risposta è: nessuno. Vittoria, nello sport come nella vita, è dare il massimo. È provare a superare le barriere che, a volte, ci auto-imponiamo; è impegnarsi a fondo, accettando la superiorità altrui ma rifuggendo la superbia per la propria. È mostrare empatia, è riconoscere e rispettare il diverso da sé, è fare gioco di squadra. Soprattutto, è essere leali, provando a vincere con metodi leciti e senza supporti non permessi.

Fare sport non è vincere: è tendere alla vittoria. Rispettare le regole, giocare puntando sulla propria capacità di ricavare il massimo dagli elementi di cui tutti devono servirsi, senza sotterfugi, senza favoritismi, senza corruttele. Vivere è la stessa cosa. Ecco perché uno slogan come questo non può essere preso sul serio: perché non vuol dire proprio niente. Perché si scontra con i valori più alti dell’esistenza e conduce chi ci creda seriamente al più buio scoramento, se solo provi ad applicarlo, con un briciolo di raziocinio, su se stesso!

Quindi, no: continuerò a preferire il vecchio motto: “L’importante è partecipare”. Certo, provando a vincere! Con tante grazie all’arcivescovo della Pennsylvania Ethelbert Talbot per averlo ideato e… anche allo storico francese Pierre de Coubertin per averne reso immortali le parole.

P.S. Lo sapevate?

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