CRISI SANITARIA PER COVID, MA ATTENZIONE A QUELLA UMANITARIA. APPELLO SIAARTI A ATENEI E MINISTERO: “PER RESISTERE SERVE SOLIDARIETA'”.

Petrini (Siaarti): 3-4 anni per formare un anestesista
Appello a atenei e ministero: “Per resistere serve solidarieta’ persone’

Codogno (Lodi) – “Noi abbiamo bisogno di resistere, e di avere quella sensazione di essere apprezzati che ti fa resistere allo sforzo enorme. C’era durante la prima ondata, in cui ci sono piaciute molto le manifestazioni di solidarieta’ della popolazione, adesso manca. Non ci serve la gratitudine, vorremmo la comprensione di una popolazione che fosse unita: ci piaceva l’Italia che cantava sui balconi”.
È l’appello lanciato dalla presidente di Siaarti, Flavia Petrini, a margine della conferenza stampa con cui la Societa’ italiana di anestesia, anelgesia, rianimazione e terapia intensiva ha voluto tracciare un bilancio a un anno dell’esplosione pandemica in Italia nel luogo simbolo, lanciando al contempo alcune idee per imparare ad affrontare meglio le sfide emergenziali- e non- che ci riservera’ il futuro. La resistenza di cui parla Petrini non puo’ essere supportata da risorse, ma da personale che necessariamente e’ impossibile impiegare da subito. “Non bastano solo le risorse, ci vuole tempo”, sottolinea la numero uno di Siaarti: “Noi facciamo il nostro lavoro, e siccome lavoriamo a testa bassa chi per noi deve decidere, ossia il ministero della Salute e quello dell’Universita’, deve capire che prima di avere un numero di specialisti sufficienti a popolare questa rete che e’ stata ampliata ci vorranno almeno altri tre o quattro anni”.Quindi, nel frattempo, “bisogna resistere”. E per resistere serve aiuto da parte di tutti, perche’ come afferma Petrini “e’ avvilente lavorare tutto il giorno, uscire e vedere la mancanza di rispetto delle norme di precauzione che sono tuttora necessarie, anzi ancora di piu’, visto le varianti”. Per non parlare delle condizioni psicofisiche di rianimatori e anestesisti, e del cosiddetto effetto burn out, quella patologia da stress “ancora piu’ pericolosa della contaminazione”. Gia’, perche’ se un contagiato “sta a casa dieci giorni”, uno in burn out “e’ bruciato”, sottolinea. Una resistenza che va sostenuta con interventi indirizzati verso la crescita della professione di anestesista, che deve necessariamente cercare una cassa di risonanza piu’ ampia, anche grazie ad eventi come la conferenza stampa di oggi.
“Se non si fa sorgere la vocazione, mancheranno quelli che aderiscono al bando per le scuole di specializzazione, per quello siamo preoccupati”, aggiunge la presidente Siaarti, la cui volonta’ e’ che “molti giovani vengano folgorati sulla via degli studi di Medicina e Chirurgia e decidano di fare questa professione, che e’ una professione bellissima”, che racchiude il senso della ‘cura’ a tutto tondo. “Il motto storico di Siaarti e’ ‘pro vita contra dolorem semper’, ma durante questa pandemia, fin dal primo congresso abbiamo promosso il motto ‘i care’, me ne faccio carico, me ne prendo cura, che mi sembra una cosa bellissima- chiosa Petrini- perche’ da’ un senso di cure complessive e di assistenza”.

Pesenti: crisi sanitaria per covid, ma attenzione a quella umanitaria
‘Emergenze africane insegnano: potrebbe succedere anche qui’

Codogno (Lodi) — In Italia la pandemia ha portato due tipi distinti di emergenza, quella sanitaria e quella umanitaria. Fortunatamente, la seconda e’ stata “limitata ad alcune aree” (come quella di Bergamo durante la prima ondata, ndr), ma questo non esclude “che potrebbero succedere questo tipo di situazioni” su scala piu’ estesa, e si spera dunque che l’esperienza di contrasto alla pandemia di questi mesi ci renda “pronti” ad affrontarle.    Il direttore della scuola di specializzazione in Anestesia dell’Universita’ Statale di Milano, Antonio Pesenti, a margine della conferenza stampa organizzata da Siaarti (Societa’ di anestesia e rianimazione) per tracciare il bilancio annuale di un anno a tutti gli effetti ‘epocale’, spiega qual e’ la sottile differenza tra una crisi di tipo sanitario come quella occorsa al paese in questi mesi, e quella di tipo umanitario, che ne puo’ essere diretta conseguenza.
“Se c’e’ un’emergenza nel Sahel o nel sud Sudan non ci si preoccupa solo degli interventi sanitari, ma la gente deve mangiare, deve essere portata in ospedale, se un’intera famiglia si ammala bisogna pensare a tante cose oltre a quell’aspetto… Qui dobbiamo imparare che potrebbe succedere”, ammonisce.
Agenzia DiRE  wwwdire-it
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