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pentagramma

a cura di erresse

20.05.12

«È ora di trasformare le paure in speranza: lavoro, sostegno alle famiglie, democrazia». Lo ha detto don Luigi Ciotti, presidente di Libera, parlando dal palco in piazza Vittoria a Brindisi dove si è appena conclusa la manifestazione organizzata contro l’attentato di stamane all’istituto professionale ‘Morvillo Falcone. «Non dimenticate – ha detto ancora don Ciotti alla folla – che gli assassini sono qui e ci stanno vedendo anche attraverso la tv». Il fondatore di Libera ha sottolineato quale deve essere il ruolo della scuola. «Una scuola – ha detto – dove si parla della democrazia, e la democrazia si fonda su due gambe, la giustizia e la dignità umana. Poi c’è la terza gamba, che si chiama responsabilità. Dobbiamo assumerla anche noi, di più». E poi don Ciotti ha concluso con un appello: «Questi ragazzi sono meravigliosi, non prendiamoli in giro». Don Luigi Ciotti: ” Proviamo un grande immenso dolore, Quello che ora sentiamo di poter e dover dire che una morte di questo genere è inaccettabile” “Proviamo un grande dolore, tanto dolore e vogliamo innanzitutto esprimere tutta la nostra vicinanza alle famiglie e a tutti i ragazzi della scuola. Bisogna certo aspettare l’esito delle indagini sull’attentato. Quello che ora sentiamo di poter e dover dire che una morte di questo genere è inaccettabile . In Puglia ci sono beni confiscati alle mafie dove tanti giovani si danno da fare per ridare a questo nostro paese piu’ legalità, piu’ dignità, piu’ lavoro, piu’ giustizia sociale. Lo stesso avviene in tante scuole della Regione e del paese dove i ragazzi come quelli colpiti oggi dall’attentato imparano non solo le materie del sapere ma anche l’alfabeto della cittadinanza e della corresponsabilità. Che questo fatto violento, incredibile, non puo’ farci dimenticare la meraviglia di questi ragazzi impegnati a costruire il loro ma anche il nostro futuro” .                                In una nota Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera nell’esprimere vicinanza alle famiglie dei ragazzi  commenta l’attentato a Brindisi. Brindisi, 19 mag. (TMNews) – “Una violenza inaudita pesante, una ferita profonda. Dico ai ragazzi: Non scoraggiatevi, bisogna continuare sulla strada dei progetti per la legalità. Non sappiamo ancora cosa c`è qui dietro”. Lo ha detto, dal luogo dell’attentato di Brindisi, Don Luigi Ciotti, presidente dell`associazione antimafia Libera. Un attentato che “avviene alla vigilia del ventennale della strage di Capaci, davanti ad una scuola intitolata a Falcone: certo che c’è qualcosa di strano. In questa terra di confische di beni, è un segnale inquietante”. Don Ciotti ha sottolineato che “ci deve essere uno scatto dalla cittadinanza. Spero che alle 18 saremo tantissimi. Chi ha messo le tre bombole qui per farle saltare in aria sapeva che stava commettendo una strage. Dentro la scuola c`è una bellissima foto di Giovanni e di sua moglie. Ora metteremo anche la foto di Melissa”.   (fonte: Libera.it)

16.05.12

  Autosufficiente, multifunzionale e a zero-emissioni. Sarà questa in futuro la fotografia delle nostre fattorie.                              Mondi meno antichi e più sostenibili, dove campi, allevamenti e filiere producono energia verde. Traguardi possibili, visto che l’agricoltura italiana prepara il suo debutto nel mercato energetico. Con la presa di coscienza di giocare, all’interno del settore, un ruolo cruciale. Una consapevolezza che ha posto le basi per il primo accordo di collaborazione da cui potrebbe dipendere anche lo sviluppo delle energie alternative.     Un patto d’intesa, firmato nei giorni scorsi a Roma da Enea (Agenzia nazionale per l’efficienza energetica) e Cra (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura), per coinvolgere il sistema agricolo e agroalimentare verso la produzione e l’utilizzo di energia pulita. Implementando le tecnologie per l’accumulo energetico e intervenendo su processi produttivi e risorse agricole. «L’agricoltura», afferma Carlo Alberto Campiotti, responsabile dell’unità efficienza energetica di Enea, «per quello che riguarda le rinnovabili è un settore pieno di potenzialità. Non solo per il risparmio, ma anche per la produzione vera e propria dell’energia».«In Italia», prosegue Campiotti, «questa è la prima volta che si tenta uno sviluppo sostenibile del settore agricolo in maniera totale. Con azioni pratiche che mirano alla riduzione delle emissioni e a valorizzare le fonti agro-energetiche». Uno sviluppo che passa dal recupero energetico dei residui zootecnici e vegetali, ma anche dalla diversificazione e dalla tracciabilità dei prodotti agroalimentari. E, tra i passi più importanti, la produzione di biogas. «In futuro», sottolinea Giuseppe Alonzo, commissario del Cra, «l’uso delle biomasse a fini energetici è il settore strategico su cui concentrare le attività di ricerca e sviluppo tecnologico. Il biogas agricolo, infatti, rappresenta per l’agricoltura la più grande opportunità di sostenibilità energetica ed economica. Ed è per questo motivo», afferma il professore, «che è necessario aiutare le aziende troppo piccole ad affrontare al meglio il mercato energetico. Incentivandone l’unione, ai fini di costruire impianti comuni per la produzione di metano». (…)  Centrale, del resto, il dibattito oramai aperto in tutto l’emisfero per l’utilizzo e lo sfruttamento delle energie naturali all’interno dell’agricoltura. Tra i prossimi, la tre giorni svedese prevista dal 29 al 31 maggio a Jönköping per la sesta edizione del World Bioenergy. Dove, tra escursioni nei campi e sessioni tematiche, si potranno vedere a 360 gradi tutti i possibili utilizzi delle biomasse. Anche grazie a uno dei maggiori eventi mondiali sul tema, il World Pellets 2012. Oppure, per seguire l’esempio delle campagne olandesi e scoprire come far fruttare al meglio l’utilizzo di biomasse, una buona occasione è non perdere ad Amsterdam (28-29 novembre) la seconda edizione di Bioenergy Commodity, una serie di eventi e conferenze per collocare in maniera redditizia l’energia verde sul mercato.   (Carlotta Clerici, fonte: Corriere della Sera.it)

16.05.12

  Spesa pubblica per stipendi degli insegnanti in calo, ad eccezione di presidi e prof di Religione.                                                    Nell’interregno gelminiano 2009/2010, l’unica spesa statale riguardante la scuola che ha subito incrementi è quella relativa agli insegnanti di Religione e ai presidi. Il resto della truppa  -  docenti a tempo indeterminato, supplenti, docenti di sostegno e personale Ata  -  ha dovuto fare i conti con un calo della spesa annuale pro-capite.
A certificarlo è la Corte dei conti, nella sua “Relazione 2012 sul costo del lavoro pubblico”. Basta scorrere la tabella 17 per avere una percezione precisa di ciò che è accaduto agli stipendi degli operatori della scuola durante l’ultimo governo Berlusconi.
Per tutte le categorie prese in esame, nel biennio 2009/2010 campeggia un segno meno: meno spesa pro-capite per lo stipendio e quasi sempre anche meno retribuzione totale. Gli unici a “salvarsi” sono stati i docenti di Religione cattolica e i dirigenti scolastici.
Passando in rassegna le sole “voci stipendiali” della tabella sulla Spesa annua pro-capite per retribuzioni, lo Stato  -  attraverso il taglio delle ore di lezione e delle classi, incrementando il numero di alunni per classe e saturando l’orario di cattedra con 18/22 ore settimanali  -  ha risparmiato sui docenti di ruolo il 2,7 per cento. E’ andata peggio ai supplenti annuali (meno 12,1 per cento) e a quelli fino al termine delle attività didattiche, che hanno fatto registrare un meno 7,1 per cento.  Anche per gli stipendi dei docenti di sostegno e del personale amministrativo, tecnico e ausiliario, complessivamente lo stato ha speso meno. Mentre la spesa erogata per pagare gli stipendi ai docenti di Religione, nello stesso periodo, fa registrare un incremento del 2,1 per cento rispetto al 2009 e addirittura del 10 per cento rispetto al 2008: 466 milioni di euro per i quasi 14 mila docenti di Religione a tempo indeterminato, cui occorre aggiungere gli stipendi degli oltre 12 mila supplenti. E dire che nello stesso periodo 2008/2010 gli alunni italiani “avvalentisi”, come si chiamano quelli che optano per le lezioni di Religione, si sono ridotti di 80 mila unità. Com’è possibile?
Anche la spesa per pagare gli stipendi dei presidi si è incrementata notevolmente: più 11,5 per cento in un solo biennio. “I dati rilevati  -  si legge nella relazione  -  evidenziano una forte diminuzione della spesa complessiva, anche al lordo degli arretrati, che tuttavia presenta indici disomogenei a seconda delle diverse categorie di personale. Cresce, in primo luogo, la spesa per i dirigenti scolastici in relazione al rinnovo contrattuale, siglato a metà dell’esercizio 2010. In coerenza con gli obiettivi assegnati al contratto, volti al riallineamento delle retribuzioni del personale dell’area V con quelle del restante personale dirigenziale”. Ma sulla spesa pro-capite per i docenti di religione, che nonostante il calo degli alunni si è incrementata, anche i magistrati contabili preferiscono sorvolare.     (Salvo Intravaia, fonte: la Repubblica.it)

17.04.12

[12/04/12] Don Ciotti ”I partiti usino i fondi di luglio per progetti sociali” Il presidente di Libera difende il finanziamento pubblico ma dice: ”I soldi concessi sono troppi, vanno tagliati. Le forze politiche diano un segnale”. E invita all’impegno contro la corruzione:”Il rinnovamento delle coscienze deve riguardare tutti”.   (fonte: Libera.it)

15.04.12

Quando le lacrime rendono felici: perché i film strappalacrime fanno sentire meglio                                                                                      La gente ama i film-tragedia come Titanic per via di un insospettabile beneficio che essi sono in grado di fornire: fanno sentire meglio.
Un nuovo studio, pubblicato questo mese, scopre che assistere a un film tragico obbliga le persone a pensare alle loro relazioni più strette, il che a sua volta fa sentire più felici. Di conseguenza, ciò che apparentemente sembra un’esperienza negativa – assistere a una storia triste – rende le persone più felici portando alla loro attenzione alcuni importanti, positivi aspetti delle loro vite.
“Le storie tragiche spesso si basano su temi come l’amore eterno, che porta gli spettatori a pensare ai propri cari e a quanto sono fortunati ad avere relazioni come le loro” dice Silvia Knoblock-Westerwick, autrice principale dello studio e professore associato di comunicazione alla Ohio State University (USA).
Il fattore chiave è l’intensità con cui si pensa alle proprie relazioni come conseguenza dell’assistere al film. Più si pensa ai propri cari, più è grande l’aumento di felicità. Quando invece gli spettatori hanno in prevalenza pensieri consolatori, ad esempio: “Per fortuna la mia vita non è così brutta come quella dei personaggi del film”, l’aumento di felicità non si produce.
L’autrice afferma che lo studio è il primo a spiegare scientificamente come mai la gente si diverte ad assistere alle tragedie: “I filosofi si sono posti la domanda per millenni, ma non c’è mai stata una vera attenzione scientifica nel cercarne la spiegazione.”
Lo studio è stato condotto con 361 studenti, cui è stata fatta vedere una versione abbreviata del film Espiazione (Atonement, nell’originale), la storia di due amanti che vengono separati e che poi muoiono vittime di guerra.
Prima e dopo la visione, ai soggetti sono state poste domande per misurarne il livello di felicità. Inoltre, prima, dopo e per tre volte, durante la proiezione, è stato chiesto loro quanto stessero sentendo varie emozioni, fra cui la tristezza.
Alla fine i partecipanti hanno dato un voto al film appena visto e descritto quanto il film li aveva portati a riflettere su loro stessi, sui loro obiettivi, le loro relazioni e la vita in generale.
Il contenuto dei resoconti è stato essenziale per capire come mai le persone amano le tragedie in fiction.
Le persone che hanno sperimentato l’aumento maggiore di tristezza, durante la visione del film, sono quelle che hanno pensato di più a relazioni strette con persone reali. Ciò, a sua volta, ha prodotto un aumento di felicità riguardo alle loro vite, dopo la visione, correlandosi anche a un maggior gradimento del film. (dr. Giuseppe Santonocito, fonte La Stampa.it)

02.04.12

Squinzi (presidente Confindustria): “La semplificazione normativa-burocratica è la priorità delle priorità”. Finalmente la questione della burocrazia inizia a entrare nell’agenda degli italiani. Sta aumentando vertiginosamente il numero di quelli che sostengono che si tratta della madre di tutti i problemi. Mi ha fatto quindi molto piacere partecipare alla trasmissione di Rai3, Apprescindere, condotta da Michele Mirabella, lunedì 26 marzo, che era interamente dedicata a spiegare, con la solita pacatezza e chiarezza, quanto ci costa il folle castello di leggi irrazionali che i politici sono riusciti a costruire in un secolo e mezzo (e grazie al quale possono far correre le pratiche degli amici e strangolare quelle di chi amico non è). Mirabella racconta delle ghigliottine autorizzative (fino a 70 autorizzazioni diverse per aprire una pizzeria) e cita una dichiarazione di Squinzi, nuovo presidente di Confindustria, che al Messaggero ha detto: “Credo che la priorità delle priorità sia la semplificazione normativa-burocratica. Sono assolutamente convinto: è la madre di tutte le virtù. Su questo punto bisognerà sensibilizzare il Paese e chi ci governa”. A Repubblica ha poi dichiarato, rincarando: “Comunque non credo che sia l’articolo 18 a fermare lo sviluppo del paese. Cos’è che ferma lo sviluppo del paese? In primo luogo la troppa burocrazia.”    (Jacopo Fo, fonte: Cacaoonline)

28.03.12

L’Italia non è completamente coperta da pannelli solari e non siamo ancora stati sfrattati da casa, eppure nel 2011 il 26,6% dell’elettricità e il 14% dell’energia  che abbiamo consumato è stata comunque prodotta da fonti pulite. “Comuni rinnovabili”, l’annuale rapporto realizzato da Legambiente, ha tra i tanti meriti soprattutto quello di ricordarci come un lento e silenzioso cambiamento dal basso ha rivoluzionato negli ultimi anni il sistema energetico italiano, smentendo i catastrofici verdetti dei detrattori interessati.                                                                                                                                                                                                                   ”Se tutta l’Italia fosse ricoperta di pannelli solari e la popolazione venisse trasferita su navi avremmo comunque a disposizione un quarto dell’energia necessaria”, sentenziava nel 2010 l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni.
Bene, l’ultimo dossier di Legambiente, realizzato in collaborazione con il Gse e Sorgenia, presentato questa mattina a Roma alla presenza del ministro dell’Ambiente Corrado Clini e del Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas Guido Bortoni, certifica invece che un obiettivo simile è stato centrato nel giro di appena due anni senza bisogno dei paventati devastanti effetti collaterali.                                                             Un nuovo modello. “Dal 2000 ad oggi 32 TWh da fonti rinnovabili si sono aggiunti al contributo dei vecchi impianti idroelettrici e geotermici”, si legge nel rapporto. “E’ qualcosa di mai visto, che ribalta completamente il modello energetico costruito negli ultimi secoli intorno alle fonti fossili, ai grandi impianti, agli oligopoli”, spiega il curatore Edoardo Zanchini. “Decine di migliaia di impianti installati negli ultimi anni (piccoli, grandi, da fonti diverse) e i tanti progetti in corso di realizzazione – sottolinea – stanno dando forma a un nuovo modello di generazione distribuita, in uno scenario che cambia completamente rispetto al modo tradizionale di guardare all’energia e al rapporto con il territorio”.
Risultati esaltanti. “Comuni rinnovabili” snocciola quindi una lunga serie di numeri che descrivono la portata del fenomeno. Grazie a oltre 400 mila impianti distribuiti su tutto il Paese, la produzione da fonti rinnovabili “nel 2011 ha raggiunto il 26,6% dei consumi elettrici complessivi italiani (eravamo al 23% nel 2010), e il 14% dei consumi energetici finali (eravamo all’8% nel 2000)”. “In un anno – si legge ancora nel dossier – la produzione è passata da 76,9 TWh a 84,1, secondo i dati del GSE, e malgrado il contributo dell’idroelettrico sia sceso (da 51 TWh a 47), perché intanto sono cresciute tutte le altre fonti”. Nel trarre i bilanci non si può prescindere dal totale, ma la vera forza delle rinnovabili per come viene fotografata dal rapporto di Legambiente sta nella loro capillarità.                                                                                                                                                                                     Non solo fotovoltaico. Grazie a un mix di fonti pulite (grande idroelettrico escluso), ben 279 Comuni soddisfano una percentuale compresa tra il 50 e il 79% delle loro necessità, 1338 coprono tra il 20 e il 49%, mentre quelli autosufficienti per la sola elettricità sono oltre 2mila. E se siete preoccupati per gli impatti sul paesaggio p il caso di citare anche i 109 municipi dove questo obiettivo è centrato grazie esclusivamente al fotovoltaico installato sui tetti degli edifici. Il top è rappresentato infine dai 23 comuni energeticamente autosufficienti al 100%, quasi tutti concentrati nell’arco alpino. In testa alla classifica troviamo quest’anno una nuova entrata, Varna, in provincia di Bolzano, che copre i fabbisogni delle proprie famiglie attraverso 66 impianti fotovoltaici per complessivi 3,3 MW, un piccolissimo impianto mini idroelettrico da 70 kW e un impianto a biogas da 1.140 kW mentre l’energia termica viene prodotta attraverso un impianto a biomasse da 6.500 kW e distribuita attraverso una rete di teleriscaldamento. Altri riconoscimenti sono andati invece al comune toscano di Vicchio e alla provincia di Roma.                                                                                                      Ciò che ancora manca. Il rapporto fotografa insomma un caso italiano di successo, con punte di eccellenza a livello internazionale, ma secondo Legambiente non è tanto importante ricordare le valutazioni dei tanti “che avevano considerato questi risultati semplicemente impossibili da realizzare” quanto gettare le basi per consolidare e ampliare gli obiettivi raggiunti. La madre di tutte le ricette è la definizione di quel piano energetico nazionale che manca ormai da decenni e che ormai, vista l’emergenza ambientale, dovrebbe chiamarsi Piano per il clima. Al suo interno, spiega Zanchini, “è il momento di dare certezze a questa prospettiva, puntando su un modello sempre più efficiente, distribuito, rinnovabile: non sono consentiti ulteriori e incomprensibili ritardi da parte del governo nell’emanazione dei decreti di incentivo alle rinnovabili termiche ed elettriche, e serve anche più coraggio per spingere la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio”.
Luoghi comuni da rivedere. Ma proprio come il successo delle rinnovabili ha smentito i luoghi comuni sulla loro inevitabile marginalità, allo stesso modo se si vuole davvero andare avanti occorre fare piazza pulita dal ritornello che ci vuole perennemente in credito di nuove centrali. “Secondo i dati di Terna – ricorda il dossier – il totale di centrali termoelettriche installate è pari a 78mila MW, a cui vanno aggiunti 41mila MW da fonti rinnovabili. Se consideriamo che il record assoluto di consumi di elettricità in Italia (avvenuto il 18 dicembre 2007) è di 56.822 MW richiesti complessivamente alla rete, si comprende come il tema della sicurezza, e quindi la necessità di realizzare nuove centrali, non esista”, a maggior ragione in virtù dei tanti “investimenti fatti in centrali che lavorano meno ore di quanto programmato. Con la conseguenza che le aziende hanno interesse a non far calare i prezzi per rientrare degli investimenti”.
La sponda del ministro Clini. In realtà le prime bozze che circolano in materia di incentivi alle rinnovabili (termiche ed extra fotovolotaico), insieme alle spinte per il varo di un quinto conto energia che dia un giro di vite troppo stretto al solare incutono grande preoccupazione per il futuro. Ma consolo se non altro che dopo tanto tempo a questa parte le analisi degli ambientalisti coincidano non solo con quelle di un crescente settore industriale, ma anche con quelle del ministero dell’Ambiente. E’ necessario “rafforzare la diffusione degli impianti di generazione distribuita incardinata sulle fonti rinnovabili di efficienza energetica”, ha avvisato oggi il ministro Clini. Bisogna, ha ricordato, “rivedere il Piano energetico nazionale, aggiornare il Piano d’azione sulle rinnovabili e mettere insieme queste due cose, tenendo presente la direttiva Ue, sull’efficienza energetica, ormai in fase di approvazione, e legando tutto questo alle smart cities e all’efficienza energetica”. Tutto ciò, ha considerato ancora Clini, “mette in discussione la situazione attuale, nella quale c’è poco spazio per altre grandi centrali termoelettriche e questo impatta sul monopolio energetico nazionale. Ma ormai – ha concluso – questo è lo schema sul quale stiamo lavorando”.   (Valerio Gualerzi, fonte: la Repubblica.it)

 

20.03.12

21 marzo: Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie

Dal 1996 ogni 21 marzo si celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. Il 21 marzo, primo giorno di primavera, è il simbolo della speranza che si rinnova. Dopo la splendida giornata del 17 marzo a Genova in tutta Italia si svolgeranno tantissime iniziative per ricordare le vittime innocenti delle mafie.

Lazio

Roma Via Pelagosa 3, Assocazione “Insieme per fare” Alle ore 19.30 i presidi “Roberto Antiochia”, “Francesco Vecchio” e “Francesco Borrelli” celebrano la giornata della Memoria e dell’Impegno con la lettura dei nomi di tutte le vittime inocenti di mafia, presso l’associazione Insieme per fare. Intervengono Antonio Turri, referente di Libera Lazio, e alcuni familiari di vittime. Mercoledì 21 marzo ore 9:30 presso la Collina della Pace (Borgata Finocchio, Via Casilina angolo via Capaci) Intervengono: Andrea Colafranceschi (Libera VIII Municipio) Alfredo Borrelli (familiare di vittima di mafia) Ferdinando Secchi (referente Libera Roma) Michele di Stola (Maresciallo dei Carabinieri di Tor Bella Monaca) Alunni S.M.S Domenico Savio Alunni Scuola Primaria Carlo Urbani Seguono testimonianze, riflessioni, canti. Organizzato da Libera VIII Municipio, ADQ Collina della Pace, Centro Anziani “Emilio Pierini”, Parrocchia Santa Maria della Fiducia, Associazione l’Alternativa.
Latina Alle 9:30 don Luigi Ciotti sarà a Latina con il Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo presso il  Liceo Scientifico “G.B. Grassi” in via Padre Sant’Agostino dove verrà fatta la lettura dei nomi delle vittime di mafia.   (fonte: Libera.it)

10.03.12

Walter Veltroni chiede al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e al premier Mario Monti, che si celebrino “i funerali di Stato per Placido Rizzotto. Per dire che lo Stato non dimentica”. L’esponente del Pd ha lanciato su Twitter l’appello dedicato al sindacalista ucciso a Corleone il 10 marzo del 1948, del quale sono state ritrovate le ossa in una foiba di Rocca Busambra. Il confronto con il Dna paterno ha confermato l’appartenenza dei resti.
La Cgil, durante le celebrazioni di oggi a Corleone, ha lanciato la proposta di costruire il sepolcro di Rizzotto con una pietra proveniente da ogni regione e comune d’Italia, che sia tipica del luogo di provenienza. “Vogliamo dare il segno – dice Mariella Maggio,segretaria generale della Cgil Sicilia – di un paese unito nella lotta contro la mafia, che si stringe attorno a un suo martire”. Dalla segretaria della Cgil parole di ringraziamento all’indirizzo di chi “ha lavorato alacremente facendo coincidere la conferma sui resti con l’anniversario dell’uccisione di Rizzotto da parte della mafia. Oggi è una giornata importante – aggiunge Maggio – sia perché finalmente Placido Rizzotto potrà avere degna sepoltura, sia perchè è stato restituito alla Sicilia onesta un importante simbolo della lotta e del sacrificio contro la mafia. Il nostro auspicio- conclude Maggio- è che su questo e sugli altri misteri che ancora avvolgono i delitti di mafia ci possa essere presto definitiva luce”.   (fonte: la Repubblica.it)

08.03.12

* Un partito in fuga. Dai problemi da risolvere, dalle scelte da compiere, dalle responsabilità da assumere. Questo è oggi il Pdl, che in un giorno solo vive una doppia crisi di nervi. Berlusconi si sottrae al rito canonico, officiato da Bruno Vespa, sul quale ha costruito in tv le sue svolte e i destini della Seconda Repubblica. Alfano si ritrae dal vertice di maggioranza, convocato dal presidente del Consiglio, insieme a Bersani e Casini. Due “indizi”, che bastano a fare una prova: il Popolo delle Libertà non sa dove andare, e ormai fugge soprattutto da se stesso.
La rinuncia al tele-comizio nel confortevole salotto di “Porta a Porta” nasce dall’insostenibile leggerezza della leadership di Alfano. A dispetto delle smentite postume, il delfino è ormai marchiato a fuoco dalla maledizione del “quid”. “Angelino”, malgrado la sua buona volontà, è condannato a rimanere il segretario del Cavaliere, più che il segretario del partito. Per questo Berlusconi è costretto a declinare l’invito di Vespa. Se fosse andato, sulla stessa poltrona che tra una settimana accoglierà il segretario del Pd, avrebbe sancito plasticamente e politicamente l’inutilità di Alfano. Un’umiliazione troppo pesante, e francamente immeritata. Ma il passo indietro non basta a nascondere l’evidenza: il “vecchio” non potrà mai fare solo il padre nobile, il “giovane” non riesce ancora a fare il leader. Risultato: il Pdl non

ha un vero capo, riconosciuto e rispettato. Anche per questo sbanda, si lacera e si logora tra correnti e rese dei conti.                                                            Il gran rifiuto di Alfano a partecipare alla cena organizzata dal premier insieme a Bersani e Casini si può leggere nella stessa chiave. Ha una sottile implicazione mediatica: agli occhi dell’opinione pubblica, serve a scaricare sul rapporto governo-maggioranza le tensioni interne al Pdl. Ma ha anche una forte implicazione politica. È un altolà del Cavaliere al Professore. Un avvertimento preventivo a non intervenire sui due nervi scoperti del berlusconismo da combattimento. La giustizia e la Rai.
L’incontro della “maggioranza tripartita” non aveva un ordine del giorno prefissato. Ma se riuscirà a chiudere entro marzo la riforma del mercato del lavoro, Monti potrebbe procedere subito dopo con un rinnovamento ai vertici del servizio pubblico e un affondo sulla giustizia e sulla legge anti-corruzione. Esattamente quello che il Cavaliere non vuole. Per questo, armando il suo “sicario”, ha giocato d’anticipo. Per lui quello di Monti è e deve rimanere un “governo di scopo”. È nato nel fuoco della battaglia finanziaria. Finché si occupa di questo, va tutto bene. E tutto serve a dimostrare l’indimostrabile, cioè che in economia il montismo è la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Non appena il premier accenna ad allargare il suo campo d’azione, com’è logico e giusto, nella destra in piena decomposizione risuona l’allarme. Il Cavaliere “di governo” si eclissa, e torna sulla scena il solito Cavaliere “di lotta” che strepita, intima e minaccia. Convinto che per Monti alcuni temi siano “materia indisponibile”. Processi e televisione: gli affari personali dell’uomo di Arcore, da anteporre sempre e comunque agli interessi generali del Paese. Ancora una volta, la pretesa berlusconiana è irricevibile. E Monti farà bene a non riceverla. Il Pdl è un esercito in rotta. Il suo “Conducator” ha perso il tocco magico. E ora sta per perdere le amministrative di primavera: secondo l’Osservatorio di Roberto D’Alimonte, senza la Lega può cedere alla sinistra tutti i nove grandi comuni del Nord dove si è già votato anche alle regionali del 2010. In queste condizioni, con un partito che non c’è più e che non può giocare la carta delle elezioni anticipate, Berlusconi non ha armi per ingaggiare altre guerre. Può solo sperare di sedersi al tavolo nel 2013, nella Yalta impropria di una Grande Coalizione. La sua pistola fa rumore, ma ormai spara solo a salve. *     (Massimo Giannini, fonte: la Repubblica.it)

 

29.02.12

Tav: e parliamo di questa democrazia                                                                                                                                                                                       Sulla Tav molti purtroppo parlano solo perché hanno la lingua in bocca.
Ad iniziare da quelli che dicono che non sarà un gruppo di facinorosi a fermare la democrazia. A questi vorrei ricordare che quel “gruppo di facinorosi” sta difendendo non solo la valle, ma le finanze dello Stato. Chi non si è ancora letto l’ultimo libro di Ivan Cicconi sull’alta velocità è pregato di farlo, e così capirà quale voragine l’alta velocità rappresenti per i conti dello Stato, senza nessun vantaggio concreto per la collettività, ma in compenso molti, enormi danni, oltre che per le finanze pubbliche, per l’ambiente.
E poi è ora di finirla anche con questo tabù, “democrazia” di cui ci si riempie la bocca. In una democrazia non necessariamente chi legittimamente ha il potere fa le cose giuste. E’ forse giusto in un paese come l’Italia non fare prevenzione idrogeologica? È forse giusto continuare a costruire in ogni dove? Sono forse giusti gli inceneritori? O i porti turistici che sempre più devastano i nostri litorali? Eppure questa è democrazia. Ebbene, io dico che in questa democrazia, spesso la ragione ce l’hanno le minoranze, e non già chi democraticamente governa. E dico anche che chi tutela un territorio o la salute tutela il territorio di tutti e la salute di tutti.
E poi smettiamola per carità di pensare che la democrazia operi nella legittimità. Per realizzare l’alta velocità ferroviaria si sta andando avanti con atti che noi legali riteniamo tutti perfettamente illegittimi. Ordinanze prefettizie che non stanno in piedi, delibere Cipe che non dovrebbero autorizzare e invece autorizzano, e così via. Insomma, ficchiamocelo bene in testa, la democrazia può anche imporsi con l’illegittimità.
E veniamo a Luca Abbà. Ho letto anche qui cose vergognose e proprio anche su queste pagine. Gente che dice che ha fatto una fesseria, e quant’altro. Non pensate che il suo sia stato il gesto estremo di chi non vede reale democrazia intorno a sé? Non pensate che per arrivare a rischiare la vita devi avere dentro di te un grande ideale? Ecco, l’ideale, questo io vedo spesso muovere le minoranze. In chi democraticamente governa vedo invece quasi solo il profumo dei soldi.   (Fabio Balocco, fonte: Il Fatto Quotidiano)

 

26.02.12

Testo 01
Idee geniali!
Grazie a un nuovo contratto con il gruppo svizzero Alpiq, dal primo febbraio il Ministero dell’Ambiente italiano è alimentato da energia rinnovabile (3,3 milioni di chilowattora all’anno). I precedenti governi non ci avevano mai pensato! (Fonte: Ansa Ambiente, da Cacaoonline)

12.02.12                                                                                                                                                                                                                                                  Domani a Torino verrà pronunciata la sentenza al processo Eternit. È una sentenza attesa in ogni parte d’Italia e del mondoA Palazzo di giustizia arriveranno ventisei pullman. Diciassette partiranno da Casale Monferrato, dove la Eternit ha avuto una fabbrica dal 1906 al 1986. Gli altri sono annunciati da Reggio Emilia, Padova, Bologna, Gozzano in provincia di Novara. Tre verranno dalla Francia. Tutti questi pullman porteranno i familiari dei tanti ex operai, ma anche dei tanti semplici cittadini che abitavano vicino agli stabilimenti della Eternit e che sono stati uccisi dal mesotelioma pleurico, il tumore provocato dall’amianto. Ci saranno gli esponenti dell’Afeva, l’associazione familiari vittime dell’amianto italiana, e quelli dell’Andeva, i loro corrispondenti francesi. Ci saranno i minatori della Lorena, delegazioni dell’Ardèche e dell’Alta Savoia. Le vedove di Dunkerque, dove c’era un altro dei tanti stabilimenti, arriveranno in treno. Ci saranno semplici cittadini – e molti studenti – da Roma, Milano, Napoli, Bari, Livorno, Viareggio, Savona, Broni. Ci saranno delegazioni da Stati Uniti, Inghilterra, Svizzera, Brasile, Spagna.
L’udienza si apre alle 9,30 con un intervento della difesa, poi la camera di consiglio. A Palazzo di giustizia ci si è organizzati per tempo. Saranno messe a disposizione due aule bunker da 250 posti ciascuna; l’aula magna da settecento posti; la sala congressi della Provincia di Torino con altri duecentocinquanta. Nella maxi aula 2 saranno ospitati gli stranieri ed è stato predisposto un servizio di traduzione simultanea in inglese e in francese.
Tanta attesa perché questo è, in tutto il mondo, il primo grande processo all’amianto. Gli imputati sono gli ultimi due proprietari della Eternit in Italia: Stephan Ernest Schmidheiny, svizzero, 64 anni; e Jean-Louis de Cartier de Marchienne, belga, 90 anni. Sono imputati di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. È in quell’aggettivo, «doloso», che sta tutta la forza e la novità di questo processo. Si contesta il dolo, cioè la volontarietà. Hanno ucciso volontariamente? Non è esattamente questo che dice l’accusa, ma quasi: dice che sapevano che l’amianto entra nei polmoni e uccide, e hanno lasciato fare, mettendo il profitto prima della vita. Per questo il pubblico ministero Raffaele Guariniello ha chiesto pene simili a quelle inflitte per gli omicidi comuni: vent’anni per ciascuno dei due imputati.
I morti sono stati talmente tanti che è difficile perfino contarli. Solo nei quattro stabilimenti della Eternit in Italia – a Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli) – i decessi sono poco meno di 2300, ai quali vanno aggiunti i circa 700 colpiti di asbestosi, una malattia che non uccide ma riduce progressivamente la capacità respiratoria fino a rendere l’esistenza un calvario. Casale Monferrato, la città dove aveva sede lo stabilimento più grande (in alcuni momenti era arrivato a 2500 dipendenti), è quella che ha pagato il tributo più alto: circa 1500 morti. Se usiamo tanti «circa» e tanti «quasi» è perché il calcolo è forzatamente imperfetto per almeno due motivi: il primo è ci sono morti che «formalmente» non risultano, ad esempio arresti cardiaci di malati di asbestosi; il secondo è che la cifra continua ad aumentare perché l’amianto colpisce anche dopo trenta o più anni. (…)    (Michele Brambilla, fonte: La Stampa.it)

10.02.12

In una città come Napoli certe storie passano inosservate. Si confondono tra le contraddizioni che uniscono musica, mare, immondizia, poesia, strade, vicoli, camorra, malavita. E’ di ieri la storia di Nello Liberti 1, il neomelodico sotto inchiesta per istigazione ai reati di camorra dopo aver scritto e cantato il brano ‘O capoclan, canzone dalla quale ora prende le distanze. Lo scrittore Roberto Saviano ha pubblicato oggi sul proprio profilo Facebook un’altra storia scivolata in silenzio. La storia di Gaetano McKay Marino, boss degli Scissionisti, in platea in un programma Rai mentre sua figlia canta un brano a lui dedicato. Tutto ammantato da una commozione televisiva, imposta.
VIDEO L’esibizione di Mary Marino su Rai2 2
“Questa è una storia passata inosservata”, scrive Roberto Saviano. “Strana, dura pochi minuti. Ma minuti televisivi. Arriva in milioni di case nei giorni che si preparano al Capodanno. Ma il racconto di questi minuti televisivi non avrebbe senso se non si conoscesse la storia di Gaetano McKay Marino”, scrive Saviano. Che continua: “Gaetano Marino è ai vertici degli Scissionisti, detti anche Spagnoli, usciti vincitori della guerra interna al cartello dei Di Lauro. Hanno partecipato alla faida i Marino. Gaetano infatti è fratello di Gennaro Marino, promotore militare della faida. Sono detti i ‘McKay’ perché il padre Crescenzo (ucciso dai Di Lauro come vendetta) somigliava a un vecchio personaggio di una serie televisiva western. Gaetano fu scovato nel dicembre 2004 in un albergo di lusso della costiera sorrentina, si nascondeva lì per sfuggire alla vendetta dei killer rivali che lo cercavano, ed era sempre accompagnato dal suo maggiordomo che aveva il compito di accudirlo. Gaetano Marino non può mangiare da solo, non può cucinare, non può aprire le porte, non può nemmeno bere da solo. Perse entrambe le mani per lo scoppio di un ordigno. Guerra di camorra con i Ruocco, anni ’90, si voleva fargli saltare la villa e una bomba gli esplose in mano. Questa è una delle versioni. Altri dicono che perse le mani perché stava lanciando una bomba a mano esplosa prima del tempo. Gaetano Marino è stato per la camorra una sorta di ambasciatore dei sodalizi di Secondigliano con la mafia albanese, come dimostrato dall’inchiesta del Gico di bari dell’ottobre 2010″.
“Il 29 dicembre del 2010 una bambina presentata come Mary Marino – piccola, di dodici anni – viene invitata a chiudere la trasmissione di capodanno ‘Canzoni e Sfide’ condotta da Lorena Bianchetti e trasmessa da Raidue. La presentatrice annuncia l’ospite: ‘Vogliamo a questo punto proporvi un’esibizione veramente intensa. Lei è una bambina, ma ha voluto scrivere e dedicare una lettera al suo papà, davvero molto toccante’. La bambina, ovviamente incolpevole, viene invitata a cantare un brano che è un inno a suo padre, Gaetano Marino. ‘Tu sei il padre più bello del mondo che non cambierei’.
E’ Saviano a porsi le domande e scrive “Naturalmente a stupire non è che una bambina ami suo padre e voglia dedicargli una canzone. Non stupisce nemmeno che la figlia e nipote dell’aristocrazia del narcotraffico italiano, vada in televisione – in Rai – a cantare una canzone per suo padre. Per una figlia, per una bambina, un padre anche quando camorrista è soltanto un padre. Su tutto questo, si potrebbe sorvolare e superare l’imbarazzo. Ma alla fine dell’esibizione Lorena Bianchetti le si avvicina e le dice: ‘È bellissimo questo brano’ poi continua, ‘Ti va di fare una sorpresa a papà? Ti va di dargli un bacino? Dov’è… signor papà, c’è Mary che vorrebbe darle un bacino’. E lì, in prima fila, ecco Gaetano Marino (ripreso senza inquadrare le mani di legno) che dà un bacio a sua figlia. Incredibile. Mi domando, perché questo omaggio? Perché il Politeama di Catanzaro ha tenuto Gaetano Marino come ospite d’onore in prima fila. Perché la RAI ha messo in scena questa celebrazione? Il mondo degli appalti che riguardano lo spettacolo è da sempre infiltrato. Catering, palchi, concerti, teatri. Maurizio Prestieri, boss del Rione Monterosa e ora collaboratore di giustizia, conosce sin nel dettaglio questi meccanismi. Prima o poi si riuscirà a svelare i legami tra mafie, televisioni, musica e spettacolo”.  (fonte: la Repubblica.it)

07.02.12

La più costosa operazione edilizia per la casta è a Milano: 571,4 milioni di euro per realizzare il grattacielo del Pirellone bis, sede della giunta regionale, e un complesso di edifici – in via Pola, Rosellini e Taramelli – per tutte le società o agenzie di emanazione dell’ente locale. Il Pirellone bis è alto 161 metri. I suoi 39 piani si raggiungono con un ascensore ultratecnologico che viaggia alla velocità di sette metri al secondo. È costato 383 milioni di euro. Una cifra molto diversa da quella stabilita nella gara d’appalto – 234 milioni di euro più 90 per i costi di superficie pagati al Comune – e ancor più distante da quella propagandata (175 milioni di euro) dallo staff del presidente Roberto Formigoni.                                                                                                                                                                                                                                                                            “È la sindrome del Faraone – accusa Stefano Zamponi, dell’Italia dei valori – tipica degli amministratori che, superato il secondo mandato, vogliono lasciare ai posteri un segno del loro passaggio, pagato con soldi pubblici”. Il governatore ha a disposizione un eliporto per i suoi spostamenti in elicottero. E due piani, collegati tra loro da una scala interna.  Allestimenti interni, arredi e forniture sono costati, in tutto, 42,8 milioni di euro. Arredare l’ufficio e la foresteria del presidente ha avuto un costo (parziale) di 127mila euro. Sono serviti ad acquistare pezzi come i tre pouff con struttura portante in acciaio cromato lucido, i due divani con rivestimento sfoderabile in ecopelle (12mila euro), il comodino del letto, con struttura in legno massello di rovere come le nove sedie per la sala da pranzo (seimila euro), le quattro poltrone con fodera in vellutino accoppiato con resinato, il letto matrimoniale con testata in multistrato e rete ortopedica a doghe di faggio curvato a vapore. E poi ancora: le librerie, il tavolo da pranzo, il tavolo “direzionale” del presidente (11.200 euro), l’armadio e ventuno tra poltrone e divani. Per sé e per il suo entourage, Formigoni non si è fatto mancare niente. Neppure le buvette e le cucine, dislocate tra i livelli 12 e 13 — dove si riunisce la giunta — e tra il 34 e il 36. Costo (parziale) della mobilia: 64mila euro. E i tappeti «fabbricati a mano con pelo corto e fitto in lino/lana», 20mila euro. Di ottima qualità i materiali usati per gli arredi speciali. La pedana della sala conferenze, costo 126.388 euro, è rivestita con “pannelli lignei in pavimento vinilico Tatami” ed ha parapetti in acciaio. Abbondante l’impiego di poltrone e divani: alla voce sedute, nel capitolato d’appalto sugli arredi speciali, corrisponde una spesa di un milione e 328mila euro. Sono serviti a comprare, per esempio, 27 divani con “bracciolo a sbalzo” per gli uffici degli assessori e dei sottosegretari (58mila euro): si aggiungono alle 54 poltrone già previste per i maggiorenti della Regione (44mila euro). Altri 270mila euro sono andati alle tende. E 174mila euro per altri “accessori interni”. Dieci milioni di euro, invece, sono andati per l’arredamento dei piani occupati dagli impiegati. Vincitrice dell’appalto è la MioDino di Portogruaro, un marchio tra i più prestigiosi del design veneto. Secondo un’azienda concorrente – che ha presentato (perdendolo) un ricorso al Tar – e alcuni lavoratori rumeni che hanno presentato una denuncia alla procura di Venezia e al tribunale del lavoro, l’appalto è stato vinto giocando al massimo ribasso sul costo della manodopera.   (Davide Carlucci, fonte: la Repubblica.it)

05.02.12

Che gli uomini “spalino”. Che donne, vecchi, bambini “non escano di casa per andarsi a fare le foto”. Ogni disfatta ha un suo bollettino da consegnare alla Storia. E quando alle 12 di ieri il sindaco Gianni Alemanno invita con tono perentorio a “raggiungere i quattro centri di distribuzione pale” prima che arrivi il gelo, la città capisce che è tutto finito. Meglio, che nulla è mai iniziato. Perché in quel si “salvi chi può”, la resa certifica un abbandono che si fa arrogante. E per giunta bugiardo. Come uno Schettino qualunque di fronte al suo naufragio, il sindaco perde la testa, rovescia il tavolo. Se la prende con i romani che “non mettono le catene”. Accusa la Protezione civile di previsioni meteo errate. Evoca il complotto contro la città eterna, “regolarmente informata in ritardo” delle calamità che Iddio le riserva.                       È uno spettacolo raggelante, che Franco Gabrielli, capo della Protezione civile, chiosa a “Repubblica” così: “Sono un uomo delle istituzioni e provo un’amarezza infinita. Pur di proteggere se stesso e dissimulare le proprie responsabilità, c’è un sindaco pronto a distruggere il lavoro e la credibilità di un intero sistema di Protezione civile. È incredibile”. Già, ma di incredibile c’è soprattutto come è nata questa Caporetto. Ci sono le comunicazioni tra Comune e Protezione civile, e almeno un atto interno del Gabinetto del Sindaco, che Repubblica ha raccolto e che documentano come Roma è stata abbandonata a se stessa. Il vertice di giovedì Bisogna dunque tornare indietro di qualche giorno. Alle 19.30 di giovedì 2 febbraio, quando Gianni Alemanno entra negli uffici della Protezione Civile accompagnato da Tommaso Profeta, l’uomo responsabile della sicurezza e dei piani di protezione civile della città. Gabrielli ha convocato il Comitato nazionale tecnico per discutere e aggiornare i piani per l’emergenza che ha colpito il centro-nord. È un tavolo dove normalmente non vengono invitati gli enti locali. Ma questa volta, quello che sta per abbattersi su Roma consiglia la presenza del sindaco, dei rappresentanti della provincia (l’assessore alla sicurezza Ezio Paluzzi) e della Regione (il dirigente generale Luca Fegatelli). Ad Alemanno, insomma, non sfugge il motivo per cui è stato convocato. Anche perché, il sindaco sa bene che la città che amministra è l’unica a non avere ancora, ad otto anni dall’entrata in vigore della direttiva che lo impone, un “centro funzionale” per il monitoraggio delle condizioni ambientali. Per sapere che tempo farà, Alemanno ha due soli strumenti: il televideo e la Protezione civile.
Il bollettino che gli viene consegnato è chiaro. I meteorologi prevedono per venerdì 3, fino all’alba del 4, “precipitazioni combinate” pari a 35 millimetri d’acqua. Con una postilla ovvia. Se sarà acqua o neve, dipende da dove si collocherà lo “0″ termico. Alemanno, che per giunta è un alpinista, dovrebbe sapere che quei 35 millimetri d’acqua, se trasformati in neve, significano 35 centimetri. E, almeno giovedì sera (al contrario di quanto dirà poi), la questione sembra essergli chiara. Si lascia infatti con Gabrielli con un impegno e una scommessa guascona: “Caro prefetto, allora ce la giochiamo con un grado. Venerdì osserveremo la temperatura. Se raggiungiamo lo “0″ in città, faccio partire il “piano neve”". Il capo della Protezione civile prende atto, ma insiste. Gli chiede se non ritenga opportuno allertare comunque il “Sitema nazionale di protezione civile”. Quello che consente di far affluire a Roma da altre parti del territorio nazionale, mezzi e risorse aggiuntive per fronteggiare l’emergenza. Alemanno ringrazia, ma declina: “Il piano c’è, non ho bisogno di nulla”. Il fax che svela la menzogna Il sindaco, del resto, in quelle ore ha una sua coerenza. Sa così bene quello che sta per precipitargli sulla testa ed è così convinto di poter fare da solo che il pomeriggio del 2 ha disposto la chiusura delle scuole per venerdì e sabato. Ma c’è di più. Conosce a tal punto quale emergenza si avanza che martedì 31 gennaio, il suo Tommaso Profeta (l’uomo che è con lui alla Protezione civile), ha inviato alle 3000 associazioni di volontariato della città una comunicazione ufficiale che invita alla immediata mobilitazione. Leggiamo: “In riferimento all’informativa di condizioni meteo avverse protocollo RK 206/2012 e il possibile peggioramento della situazione meteo con rischio neve a quote basse, dalla serata del 31 gennaio, si ritiene indispensabile l’attivazione di presidi per far fronte alle eventuali esigenze di Protezione Civile, connesse all’assistenza alla popolazione”. Il sindaco chiede “a partire dalle 23 del 31 gennaio, fino a cessate esigenze”, squadre di 4 volontari che verranno pagati a forfeit (20 euro ciascuno).
Le tre telefonate È solo nella notte tra venerdì e sabato, quando comprende che il suo “piano neve” forse non è mai neppure partito, che Alemanno è aggredito dal panico. Alle 20 chiama una prima volta Gabrielli. “Per caso avete delle lame (gli spazzaneve ndr.)?”. Una domanda non solo tardiva, ma inutile, visto che il Dipartimento non ha mezzi propri. Alle 23, una seconda chiamata. “Ho bisogno di 50 tonnellate di sale”. E se possibile, questa nuova richiesta è ancora più surreale della prima, perché su Roma nevica ormai da oltre 12 ore e il sale, lo sa chiunque, va sparso prima che la neve attecchisca sull’asfalto. Intorno alla mezzanotte, l’ultimo grido di chi sta naufragando: “Mi dia l’esercito”, chiede Alemanno a Gabrielli confondendolo con il Prefetto, l’unico per legge autorizzato a far uscire mezzi e uomini dalle caserme.
Il “bollettino” che non c’ é Il resto è noto. Fino all’ultima mossa. Una nuova ordinanza di chiusura delle scuole per lunedì, basata sul “bollettino meteorologico” dell’Aeronautica militare. Dovrebbe essere lo schiaffo ai meteorologi della Protezione civile. È invece l’ultimo grottesco fotogramma della disfatta. Perché – come confermano alla Protezione civile – non esiste nessun bollettino dell’Aeronautica per lunedì. Ma solo una telefonata del sindaco a un ufficiale di guardia.  (Carlo Bonini, fonte: la Repubblica.it)

03.02.12

«Quando le parole non valgono più niente!» è la prima cosa che ho pensato rivedendo l’intervista a Luigi Lusi fatta dal collega Bernardo Iovene il 10 luglio del 2006. L’argomento era il finanziamento ai partiti, e lui parlava in qualità di tesoriere della Margherita. Di quella lunga conversazione andarono in onda solo i numeri: quanto incassa il partito, quanto spende e come: «Il nostro bilancio annuo è di 21 milioni di euro, 20 le uscite. La campagna elettorale del 2006 è costata 12 milioni, gli altri 8 servono per la vita del partito. Paghiamo 100 persone che ci lavorano, sosteniamo le sedi regionali, e poi ci sono le spese per la comunicazione». Il resto erano le ovvie considerazioni di ordine morale sull’uso del denaro pubblico. Talmente ovvie che non era necessario trasmetterle, non avendo allora ragione di dubitarne.

L’EQUITÀ? - Il tempo però presenta sempre il conto, e gli archivi sono dei testimoni impietosi. Nel 2002, per volontà di Sposetti (all’epoca tesoriere dei Ds) e di Maurizio Balocchi (tesoriere della Lega Nord), viene abolito il tetto di spesa e i rimborsi elettorali passano da 800 lire a un euro, quindi da un anno all’altro gli incassi raddoppiano. La  Margherita non ha appoggiato questa legge, ma quando il denaro corre si sa sempre dove metterlo. Dice Lusi: «I cittadini devono capire che la politica, per essere equa, deve dare le provviste ai partiti». I cittadini capiscono, ma siccome equità non c’è stata, ora Lusi risarcirà i cittadini?

LE DICHIARAZIONI - Si ricorderà di aver detto che: «C’è un confine fra l’opportunità e la legalità, che è lasciato alla coscienza dei singoli»? Ed era molto convincente quando ha dichiarato che: «C’è un problema di etica della politica: se pensiamo di farla con i fichi secchi non è vero; se pensiamo che si possa fare con pochi soldi è parzialmente vero; se pensiamo che noi della Margherita non abbiamo mai fatto debiti, significa che abbiamo utilizzato virtuosamente le risorse che avevamo…Vi sono nei rivoli del sistema politico dei luoghi nei quali c’è una dispersione di denaro che può essere decisamente contratta. Penso all’infinita serie di società di diritto privato a capitale pubblico, alcune delle quali sono una perpetuazione di consigli d’amministrazione che servono a  sistemare persone, ma non sempre rispondono alla soddisfazione del requisito di servizio pubblico».

IL PROBLEMA ETICO - Tre anni dopo un rivolo di 13 milioni di euro, amministrato da Lusi, defluisce  verso il Canada, nella sua TTT, che di pubblico non ha nulla. In mezzo c’è la Margherita che si dissolve, lui diventa senatore del Pd e forse ha cambiato idea rispetto a quei problemi etici che sembravano essere il baricentro del suo pensiero di uomo politico. Anche la Margherita, come tutti i partiti, aveva ricevuto soldi dalle aziende, fra queste Autostrade spa, ma guai a parlare di restituzione di favori: «Il nostro Paese è molto strano: ci sono italiani che pensano che coloro che fanno sfoggio di questa opportunità siano bravi, furbi, intelligenti; altri italiani invece, molti dei quali sono, grazie a Dio, dalla nostra parte, ritengono che bisognerebbe avere un po’ più di oculatezza, di attenzione e di verifica preliminare sull’opportunità o meno di alcuni comportamenti. Noi preferiamo rivolgerci a questi secondi…perché ci poniamo il problema etico e mi sembra che siamo rispettosi di questa dimensione». È consapevole della sproporzione fra le risorse necessarie alla vita dei partiti e quelle a disposizione: «O noi affrontiamo la questione della spesa politica, come si affronta il toro per le corna, o la questione non si risolve mai».

L’INTERVENTO DELLA MAGISTRATURA – La Margherita si è sciolta a fine 2007, ma ha continuato ad incassare: 223 milioni negli ultimi 10 anni. Non si è scandalizzato Lusi; immaginiamo che lo abbia ritenuto giusto ed equo, perché così fan tutti, o perché i disonesti sono sempre gli altri: «Se ci sono dei politici che utilizzano in modo non onesto le contribuzioni che a loro derivano, spero che la magistratura faccia il suo dovere». È stato accontentato. La procura di Roma lo ha indagato.
E ora gli stessi protagonisti di queste spartizioni sono tutti lì a dire che: «Bisogna garantire delle modalità di erogazione e funzionamento dei partiti in modo che siano delle case di vetro». Dovremmo crederci?  (Milena Gabanelli e Bernardo Iovene, fonte:Corriere della Sera.it)

03.02.12

Roberto Di Martino, procuratore di Cremona, la dice quasi fosse un’ovvietà e non un’enormità. “Lo scorso campionato di serie A è stato irregolare”. Poi, elabora. Ed è ancora peggio. “Alcune squadre hanno compromesso la genuinità della lotta per la retrocessione, altre quella per la qualificazione all’Europa League, altre ancora singole partite. Mettendole insieme, la quantità di gare truccate è tale che l’intero torneo è da considerarsi compromesso”. Insomma, un campionato di cartapesta.
Ecco. Per mesi è sembrata una storia di “quattro sfigati” da bar sport, impiccati al linguaggio astruso degli “over”, delle giocate “a due e mezzo” o “tre e mezzo”. Popolata da fanfaroni, millantatori, calciatori sul viale del tramonto, comunque marginali nel calcio (scommesse) che conta. Un album di macchiette che evocava vicende inverosimili: il sonnifero nel tè, la vecchia gloria imbolsita (Signori), il portiere instabile (Paoloni), il capitano con la scimmia del “picchetto” (Doni), il tabaccaio e il medico di provincia chiacchieroni (Erodiani e Pirani). A ben vedere, una benedizione per il Palazzo del calcio, le tifoserie organizzate, gli addetti ai lavori. Un modo per dire che, sì, la vicenda era drammatica, ma niente affatto seria e convincere e convincersi che il giocattolo non si sarebbe rotto. Le cose, a quanto pare, non stavano e non stanno così. Nuovi documenti istruttori acquisiti dalle indagini delle Procure di Cremona e, ora, anche Bari, a cui Repubblica ha avuto accesso, raccontano una storia di crimine organizzato che ha appestato il calcio di casa nostra e non solo. Secondo le procure provano che, almeno 14 gare del campionato di serie A 2010-2011 di regolare hanno avuto solo il pallone con cui sono state giocate.
Il metodo Ilievski. In questa storia c’è un uomo che conta più di altri. Perché è la chiave che, d’incanto, rende nitido un puzzle fino ad allora confuso. Lo chiamano “lo zingaro” e di lui si legge nell’informativa che il 16 gennaio scorso la squadra mobile di Cremona e il Servizio centrale operativo della polizia consegnano alla Procura di Cremona. Il suo nome è Hristyan Ilievski e ha trascorso l’ intera stagione calcistica 2010-2011 in giro per gli stadi e i ritiri dei club a comprare calciatori e partite.
È brutto, Ilievski. Ha una cicatrice enorme sul volto e non gira mai da solo. Chiunque ne parli lo racconta come una sorta di Uomo Nero. Vittorio Micolucci, ex difensore talentuoso dell’under 21 finito per sbaglio ad Ascoli in serie B, ne è quasi terrorizzato: “Era notte. Un mio ex compagno mi aveva detto che c’erano due che mi volevano parlare. Ci vedemmo in un parcheggio. Arrivarono su una macchina con targa straniera. Alla guida c’era uno straniero che faceva da traduttore ad un altro che aveva una cicatrice (…) I due mi dissero che erano disposti a pagare per alterare i risultati delle partite di calcio. Volevano soprattutto gli “over 2.5 e 3.5″. Ma volte volevano direttamente il risultato esatto. Offrivano denaro in contanti. Tanto e in anticipo. Se il risultato finale era quello pattuito i soldi li potevo tenere. Altrimenti andavano restituiti”. Il metodo Ilievski sembra infallibile. Ma è stato mai applicato? Riesce? E soprattutto che profitti assicura?
Milanetto e Dainelli. Per trovare la prima delle risposte è sufficiente sezionare una delle partite che – come documenta una nota di tre pagine depositata agli atti dal procuratore di Cremona, Roberto di Martino – ne è il paradigma: Lazio-Genoa. Il giorno del match, 14 maggio 2011, Ilievski va al campo di allenamento della Lazio, a Formello, vicino Roma. Con lui ci sono il suo inseparabile guardaspalle e l’ex giocatore Alessandro Zamperini (ottimo amico di molti calciatori di serie A, tra i quali anche il laziale Stefano Mauri). In tasca ha un telefonino con scheda intestata a un nome di fantasia: Victor Kondic. L’analisi del traffico sulle celle della compagnia telefonica non lascia dubbi: Ilievski è a Formello alle 12:10, quando ancora il pullman della Lazio non ha lasciato il parcheggio diretto allo stadio Olimpico e i giocatori sono ancora dentro l’impianto. E qui rimane per circa un’ora. Intorno alle 12:42, il suo telefonino comincia a contattare il numero personale di Tan Seet Eng, capo dell’ organizzazione di scommettitori che vive a Singapore. Un tipo che ama le suite a 5 stelle, le ciabatte e il lusso pacchiano. Ma, soprattutto, che – secondo il pentito Perumal (membro dell’organizzazione asiatica, arrestato in Finlandia) – è capace di spostare scommesse per un milione di euro su una partita di serie A in tre minuti. Quindici, se il match è di serie B.
Dopo il contatto con Zamperini, Ilievsky si sposta nella zona dove alloggia il Genoa in trasferta e incontra Oscar Milanetto, leader dello spogliatoio. L’abboccamento va a buon fine, secondo i magistrati, perché la partita finisce con un rotondo 4-2 per la Lazio. Ma soprattutto con un bel 1-1 alla fine dei primi 45 minuti. Spiega infatti Carlo Gervasoni, giocatore pentito arrestato da Cremona: “L’accordo prevedeva che il primo tempo si concludesse con un “over” (almeno due gol nei primi 45’, più di tre al 90’ ndr). Risultato che venne raggiunto”. È un fatto (riscontrato dalle celle telefoniche e dalle schede di presenza degli alberghi) che quella sera del 14 maggio, alle 19.19, Ilievsky è a Milano, all’Una Hotel Tocq dove lo aspetta Bellavista (ex capitano del Bari che fa parte del giro ed è in contatto con i clan della mafia barese). E dove, il 15 sera, lo raggiungono, alle 20:33, due giocatori del Genoa: Milanetto e Dainelli. “Evidentemente – scrive il procuratore Di Martino – si tratta di un incontro finalizzato alla consegna del denaro ai giocatori, dopo che la partita aveva realizzato il risultato programmato”.
Lazio-Genoa ha tutto per essere una partita truccata. Ma è stata l’unica? Quante volte gli zingari hanno riprodotto lo stesso format? (…)       (Carlo Bonini, Giuliano Foschini, Marco Mensurati, fonte: la Repubblica.it)

01.02.12

 L’ufficio di presidenza del gruppo Pd al Senato ha escluso il senatore Luigi Lusi. Stando a quanto si apprende, il senatore era stato invitato a dimettersi, non ha accettato e quindi il gruppo, all’unanimità, lo ha escluso. Luigi Lusi, ex tesoriere Margherita, indagato per essersi appropriato di 13 milioni di euro , ha proposto di patteggiare circa un anno di pena, ma i pm non la ritengono congrua. Per Lusi l’accordo potrebbe chiudersi con una condanna a 2 anni di reclusione, o un po’ meno (il massimo della pena è 3 anni), compresa sospensione condizionale. Intanto è in corso la trattativa per la restituzione dei soldi. Il parlamentare ha depositato in procura una bozza di fideiussione bancaria che copre circa cinque milioni di euro. L’ex tesoriere, che ha ammesso il prelievo del danaro dalle casse della Margherita, non è in grado di consegnare più di cinque milioni, tenendo conto che dei 13 milioni prelevati cinque sono stati versati all’erario per le operazioni immobiliari, ossia l’acquisto di un lussuoso appartamento nel centro di Roma ed una villa a Genzano, e per le operazioni finanziarie (soldi trasferiti in Canada) da lui svolte. I vertici della Margherita stanno valutando la copertura fideiussoria e, se la garanzia sarà ritenuta adeguata, potrebbero accettare la proposta. Subito dopo ci sarà la chiusura delle indagini del pm Stefano Pesci.
Per Enrico Letta, che dalla Margherita proviene, la vicenda dei soldi sottratti dall’ex tesoriere , è “incredibile”. Al punto che il vicesegretario del Pd chiede che “si riunisca al più presto l’organo di gestione della Margherita per chiarimenti e decisioni”. Ricorda Marco Stradiotto, senatore Pd ed ex esponente della Margherita: “So che quando servivano i soldi per le campagne elettorali non c’erano. Nel 2006 la campagna di Prodi l’abbiamo fatta coi fichi secchi, proprio perchè Lusi aveva chiuso i cordoni della borsa ‘tanto si vinceva lo stesso’. Se avessimo fatto una campagna più aggressiva invece di pareggire avremmo magari vinto. I soldi all’interno di un partito devono essere usati per fare politica. Ma se poi avvengono questi fatti la situazione fa riflettere”. E in effetti più passano i giorni, più diventa chiara l’enormità di una situazione che ha visto “sparire” 13 milioni di euro senza che nessuno se ne sia accorto. E anche se, come dice Antonio DI Pietro, non si può fare un parallelo tra il caso Lusi e Mario Chiesa che diede il via Tangentopoli (“Non c’azzecca niente, sono cose diverse”), la questione apre una questione di fondo: quella del finanziamento pubblico ai partiti e le regole che lo disciplinano.   (fonte: la Repubblica.it)

27.01.12

” Mi sono ricordato che Martone sosteneva che attraverso il partito voleva dare una risposta lavorativa al figlio “. Arcangelo Martino ha uno stile spiccio, spesso approssimativo. Del figlio di Martone dice che «fa il commercialista, una cosa del genere».
L’imprenditore è considerato uno dei pilastri della P3, la cricca che interveniva per pilotare le cause in Cassazione e in molti tribunali. Ma durante l’interrogatorio in carcere davanti ai pm romani ricostruisce in modo netto il principale interesse di Antonio Martone, all’epoca potente avvocato generale della Cassazione: sistemare il figlio, ossia Michel il giovane enfant prodige del governo Monti, pronto ad attaccare gli studenti fuori corso e le lauree tardive.
Il suo curriculum di professore ordinario a soli 29 anni era anche- stando ai verbali – nelle mani degli uomini della P3. Martino dichiara che assieme a Pasqualino Lombardi, l’altro protagonista dell’inchiesta P3, si sarebbero presentati a Marcello Dell’Utri chiedendo di intervenire in favore del ragazzo. Sarebbe stato Lombardi a sollecitare la raccomandazione, accompagnata dalla lista dei meriti accademici del giovane al senatore del Pdl. Ottenendo una risposta vaga: «Va be’ vediamo».
Tanta premura per il rampollo non nasceva da una solidarietà amicale. L’interesse della P3 era chiaro: volevano che il padre intervenisse per sistemare la causa sul Lodo Mondadori, ossia il processo contro l’azienda di Silvio Berlusconi a cui era contestata un’evasione fiscale da circa 300 milioni, e sollecitasse un voto positivo della Consulta sul Lodo Alfano che garantiva l’immunità al premier. Due questioni strategiche per il Cavaliere che Pasqualino Lombardi e i suoi sodali volevano mettere a posto grazie all’aiuto di Martone, come spiegano ai magistrati.                                                                      Antonio Martone ha dichiarato di non avere mai chiesto raccomandazioni per il figlio. L’uomo ha lasciato la suprema corte dopo la diffusione delle intercettazioni su sui contatti con gli emissari della P3. Nunzia De Girolamo, parlamentare pdl, ha descritto la presenza dell’avvocato generale ai pranzi da Tullio dove ogni settimana Lombardi riuniva i suoi compagni di merende.«Ricordo che erano presenti il sottosegretario Caliendo e diversi magistrati. Tra loro Martone, Angelo Gargani e un magistrato del Tribunale dei ministri». Il geometra irpino Lombardi si mostra capace di grandi persuasioni, come ricostruisce la De Girolamo:«Ricordo anche che Martone diceva di volere andare via dalla Cassazione e che Lombardi non era d’accordo e cercava di convincerlo a restare. Diceva che stava bene lì, che era un punto di riferimento lì. Martone insisteva dicendo che voleva fare altre esperienze e che preferiva andare da Brunetta».
Proprio da Brunetta era poi venuto il primo incarico di consulente da 40 mila euro l’anno per Michel Martone, mentre al padre andavano ruoli direttivi. Ma Lombardi e Martino si impegnavano per trovare«attraverso il partito una risposta lavorativa» migliore per il professore in erba. Che due anni esatti dopo l’incontro tra Lombardi e Dell’Utri per trovargli un posto «attraverso il partito»è arrivato al governo Monti.  (Gianluca Di Feo, fonte: la Repubblica.it)

20.01.12

Domenica 22 gennaio si svolgerà la 13^ edizione de “La Corsa di Miguel”, la classica gara podistica che si svolge lungo il giro dei ponti della Capitale organizzata dal Club Atletico Centrale con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Argentina in Italia, di Roma Capitale, della Provincia di Roma e della Regione Lazio, e sotto l’egida della Fidal e della Fci.
Oltre alla gara competitiva di 10 chilometri, con 4946 iscritti, si svolgeranno anche l’Ambientalissima, non competitiva di 2,5 chilometri, e due appuntamenti per gli amanti delle due ruote, una pedalata per tutti (5 e 8 km) fino al Ponte della Musica e una 50 chilometri Roma-Formello-Roma. In tutto saranno 7000 i partecipanti all’evento che ricorda la figura di Miguel Sanchez, atleta e poeta desaparecido argentino. Oggi è arrivato un invito ai partecipanti di Don Luigi Ciotti, fondatore e presidente dell’associazione Libera.
La Corsa di Miguel è una tenera sintesi tra memoria e futuro – dice Don Ciotti -. Si parte dalla storia spezzata di un’atleta poeta e si arriva ai tanti che condividono il suo messaggio: la difesa dei diritti, la possibilità di una pratica serena dello sport, l’idea che l’incontro tra persone di lingua e di etnia diversa sia una straordinaria ricchezza da proteggere. Ecco perché Libera da sempre è vicina allo sforzo degli organizzatori, domenica sarà nei tanti luoghi dove si svilupperà la manifestazione, e invita tutti a correre, pedalare o semplicemente passeggiare”.   (fonte: Libera.it)

13.01.12

Favori alla “cricca” quei super funzionari confermati dal governo: Carlo Malinconico si è dimesso per le vacanze pagate da Piscicelli. Filippo Patroni Griffi trema per la casa comprata a prezzi stracciati al Colosseo. Pasquale de Lise, nominato dal governo a capo dell’Agenzia per le autostrade, è accomunato – secondo gli atti delle inchieste di Firenze, Perugia e Roma – ad alcune note vicende della “cricca”, quelle per cui Angelo Balducci e compagni saranno a processo il 23 aprile. A De Lise e Balducci, però, sono legati anche altri funzionari di grande rilievo e di grande potere nel governo Monti, parte di una casta di burocrati apparentemente inattacabile. Confermati dai ministri nonostante siano finiti negli atti delle inchieste Grandi Eventi e P4. Sono i capi di gabinetto dei Beni culturali e dell’Economia Salvo Nastasi e Vincenzo Fortunato, e il capo della Struttura tecnica di missione del ministero dei Trasporti Ercole Incalza. Un altro, Antonello Colosimo, capo di gabinetto all’Agricoltura, si è invece dimesso il 20 dicembre. Lo aveva portato lì l’ex ministro Saverio Romano e Mario Catania lo aveva confermato. Poi, la decisione di tirarsi indietro, nei giorni in cui l’imprenditore Francesco Piscicelli raccontava ai magistrati dei mille regali fatti, dell’aiuto che otteneva da Colosimo per incontri da cui ottenere appalti, di come lo chiamasse “fratello”. Il 20 febbraio del 2010 Repubblica pubblicò l’intercettazione in cui la moglie di Colosimo, Silvana, parla con l’imprenditore famoso per aver riso la notte del terremoto dell’Aquila: “Io avevo una piscina a sforo, non ritenevo di mettere le tessere, ho fatto una cavolata, tu conosci uno..”, chiede la donna dicendosi disperata. Piscicelli la tranquillizza, le dà un nome, e aggiunge: “Non gli devi pagare niente, digli quello che tu vuoi, e poi parlasse con me di soldi”. Colosimo ora dice: “Sono sereno, ho piena fiducia nei magistrati”. E se ne va.  (…)    (Annalisa Cuzzocrea, fonte: la Repubblica.it)

11.01.12

Ha ventinove anni Giovanni Tizian, e fa il giornalista a Modena 1. E’ laureato in criminologia e si occupa di mafia, scrive di infiltrazioni criminali nell’amministrazione pubblica in una delle regioni più virtuose d’Italia. Dal 2006 indaga e pubblica per la Gazzetta di Modena ,  giornali e siti web che dedicano attenzione all’argomento come Narcomafie e Linkiesta.
Per la sua attività, da due settimane Giovanni vive sotto scorta, 24 ore al giorno. Perché come lui, pubblicista e precario, si occupa di mafia a tempo e orario indeterminato, così la criminalità si interessa di lui. Al punto che la sua vita è cambiata radicalmente, allo stesso tempo sotto l’occhio della mafia e quello della vigilanza ininterrotta della polizia.
Una condizione per cui il web si mobilita: “#Giovanni Tizian” e #nonlasciamolosolo diventano argomento di rilievo sui social network: “Mi chiamo Giovanni Tizian 3” è il titolo della campagna per difendere Giovanni lanciata da Dasud. “Io mi chiamo Giovanni Tizian e faccio il giornalista” dicono tweet e post su Facebook. Gli utenti del web che solidarizzano con Tizian prendono simbolicamente il suo nome e il

 

suo mestiere, lo adottano per stringere attorno al giornalista un cordone sanitario e protettivo ulteriore.                                                                                La storia di Tizian con la mafia non inizia sui tasti del computer e nei dossier delle procure, ma quando il padre, Peppe Tizian, viene ucciso dalla Ndrangheta, a Bovalino. Giovanni aveva 7 anni e lo aspettava a casa, il papà era funzionario in banca. Gli spararono con la lupara, sulla via del ritorno. “Io lo aspettavo, era ormai ora di cena, ma non arrivava. Mia madre mi  disse che aveva avuto un incidente, in qualche modo cercava di attutire  il colpo…”, racconta Giovanni. “Dopo cinque anni ci siamo trasferiti a Modena, per cercare  di ricostruire la tranquillità e la serenità che non avevamo avuto in  Calabria”. E a Modena Tizian ha trovato un modo per iniziare la sua lotta, fatta di inchieste e dossier. Fino a pubblicare un libro, “Gotica”, pagine fitte con nomi e cognomi, documenti e testimonianze su come Camorra, Ndrangheta e la mafia siciliana abbiano intessuto al nord delle fittissime reti economiche, coperte da attività pulite. Forse è proprio il libro ad aver accentuato l’attenzione dei clan su Giovanni. Ma al momento, l’unica sicurezza è la presenza della scorta nella sua vita. (Tiziano Toniutti, fonte: la Repubblica.it)

09.01.12

Un paese dove si spendono circa 1260 euro procapite,neonati compresi, per tentare la fortuna che possa cambiare la vita tra videopoker, slot-machine, gratta e vinci, sale bingo. E dove si stimano 800mila persone dipendenti da gioco d’azzardo e quasi due milioni di giocatori a rischio. Un fatturato legale stimato in 76,1 miliardi di euro, a cui si devono aggiungere, mantenendoci prudenti, i dieci miliardi di quello illegale. E’ “la terza impresa” italiana, l’unica con un bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che colpisce il nostro paese. Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie ha presentato il dossier Azzardopoli, il paese del gioco d’azzardo, dove quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare che fotografa con storie e numeri una vera calamità economica, sociale e criminale, curato da Daniele Poto e che prossimamente diventerà una pubblicazione. Sono ben 41 clan che gestiscono “i giochi delle mafie” e fanno saltare il banco. Da Chivasso a Caltanissetta, passando per la via Emilia e la Capitale. Con i soliti noti seduti al “tavolo verde” dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, da Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone. Le mafie sui giochi non vanno mai in tilt e di fatto si accreditano ad essere l’undicesimo concessionario “occulto” del Monopolio. Sono ben dieci le Procure della Repubblica direzioni distrettuali antimafia che nell’ultimo anno hanno effettuati indagini: Bologna, Caltanissetta, Catania, Firenze, Lecce, Napoli, Palermo, Potenza, Reggio Calabria, Roma. Sono invece 22 le città dove nel 2010 sono stati effettuate indagini e operazioni delle Forze di Polizia in materia di gioco d’azzardo con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata. Ad Azzardopoli i clan fanno il loro gioco. Sono tante, svariate e di vera fantasia criminale i modi e le tipologie fare bingo. Infiltrazioni delle società di gestione di punti scommesse, di Sale Bingo,che si prestano in modo “legale” ad essere le “lavanderie” per riciclaggio di soldi sporchi. Imposizione di noleggio di apparecchi di videogiochi, gestione di bische clandestine, toto nero e clandestino. Il grande mondo del calcio scommesse, un mercato che da solo vale oltre 2,5 miliardi di euro. La grande giostra intorno alle scommesse delle corse clandestine dei cavalli e del mondo dell’ippica. Sale giochi utilizzate per adescare le persone in difficoltà, bisognose di soldi, che diventano vittime dell’usura. Il racket delle slotmachine. E non ultimo quello dell’acquisto da parte dei clan dei biglietti vincenti di Lotto, Superenalotto, Gratta e vinci. I clan sono pronto infatti a comprare da normali giocatori i biglietti vincenti, pagando un sovrapprezzo che va dal cinque al dieci per cento: una una maniera “pulita” per riciclare il denaro sporco. Esibendo alle forze di polizia i tagliandi vincenti di giochi e lotterie possono infatti giustificare l´acquisto di beni e attività commerciali. Eludendo così i sequestri.  (fonte: Libera.it)

09.01.12

La Padania rischia di chiudere, le sezioni locali non sanno più come pagare gli affitti, la crisi è dura per tutti, e la Lega Nord, dopo 20 anni di fallimenti politici e finanziari, sapete che fa? Investimenti finanziari esteri per milioni di euro, tutto in pochissimi giorni, tra valuta norvegese, fondo “Krispa Enterprise ltd” di base a Larnaca, nell’isola di Cipro, e fetta più grossa riservata ad un fondo della Tanzania, Africa. Otto milioni di euro in tutto, soldi di “Roma ladrona”, giunti nelle casse del Carroccio via rimborso elettorale. A gestire questa intricata serie di investimenti l’ex Sottosegretario Francesco Belsito, personaggio ambiguo, discusso, fedelissimo di Umberto Bossi (eccoli nella foto sotto) e tesoriere del partito, in un’operazione che tirerebbe in mezzo anche “il consulente finanziario Stefano Bonet, coinvolto in un rocambolesco fallimento societario nel 2010 e in affari con l’ex ministro “meteora” Aldo Brancher”. E meno male che questi erano quelli “radicati sul territorio”, attenti all’economia reale, quelli dei manifesti “i nostri soldi restino in Padania!”. Quelli vicini agli imprenditori del Nord e acerrimi nemici dei “banchieri”, del loro “Governo” e di quel demonio chiamato finanza. Quelli che gli africani “fuori dalle palle”, però se c’è da fare un po’ di soldi dalle loro parti, perché no.  (fonte: Triskel 182)

05.01.12

Oggi è il compleanno di Peppino Impastato, il militante antimafia che avrebbe compiuto 64 anni e ucciso da Cosa nostra nel 1978, e di «Radio 100 passi» in onda da due anni. Ricorrenze che oggi vengono celebrate con una maratona su Radio 100 passi e sulla webtv «100 Passi Tv» che nel pomeriggio dà il via alle sue trasmissioni.
Fin dalla mattina collegamenti in rete, aperti dalla testimonianza del fratello, Giovanni Impastato, sul tema del giornalismo e informazione nell’era della comunicazione multimediale. Alle 15 le prime trasmissioni della webtv che in diretta trasmetterà i dibattiti in ricordo di Peppino Impastato e, dalle 21, performance artistiche e musicali nella sede di «Casa 100 Passi», in via Villa Barbera 14, a Cinisi.
«Abbiamo scelto di lanciare la web radio – ha detto il presidente di Rete 100 Passi, Danilo Salis – il giorno della nascita di Peppino. Lo stesso ci accingiamo a fare per la webtv perchè vorremmo dedicare ogni giorno della trasmissione alle vittime della mafia ricordandole non nel giorno della loro morte – ha concluso – ma della loro nascita».  (fonte: La Stampa.it)

04.01.12

Poveri con auto di lusso. Dichiarazioni dei redditi taroccate. Un’isola felice per gli evasori fiscali. Il blitz dell’Agenzia delle entrate a Cortina d’Ampezzo viene accolto in rete con una sorta di boato digitale. Basta accedere a Twitter, dove #cortina è diventato in pochi istanti l’hashtag più utilizzato dagli utenti italiani. Che affidano ai 140 caratteri del social network satira e ironia al vetriolo. “A Cortina si evadeva d’ampezzo”, “un blitz al giorno ci leva l’evasore di torno”. E così via. Il dito è puntato contro i “vip”: “Se l’Italia va a fondo è per colpa vostra”.
“Trovare evasori a Cortina è come trovare paglia in un pagliaio”. Gli utenti italiani di Twitter non ci stanno. I sacrifici imposti dal governo e la necessità di vivere con rigore per fronteggiare la crisi diventano detonatori che innescano la protesta. “Dieci, cento, mille Cortina”; “Hanno macchinoni da centomila euro, ma ne dichiarano solo trentamila. Vergogna”; “Adesso vi aspettiamo tutti a Porto Cervo in estate”. E ancora: “E’ incredibile leggere che ci sono commercianti con patrimoni milionari che evadono senza nessun tipo di scrupolo”.
Tra i più bersagliati, il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, che ha parlato di “controlli ispirati da un’operazione politica e mediatica”. Si legge su Twitter: “Dovrebbe lavorare invece di dire cose del genere”, “Se Cicchitto afferma queste cose significa che la Finanza ha operato bene”, “Caro Fabrizio quindi la tua ideologia va incontro all’evasione fiscale?”. Poi: “Se questa è un’operazione mediatica, allora ne vogliamo altre simili”. E c’è chi scrive: “Chi grida allo scandalo, quando finalmente si cominciano a fare realmente i controlli, ha sicuramente qualcosa da nascondere”.
I tweet si susseguono a ritmo incessante. Decine al minuto. C’è chi si avventura in previsioni cinematografiche: “Quindi il prossimo cinepanettone sarà ‘Sorpresa di Natale a Cortina?’”. E se c’è chi chiede blitz della Finanza in tutto il Paese, non manca chi propone una “fiaccolata sulla neve” per ringraziare l’Agenzia delle entrate: “Cortina dovrebbe essere un esempio, la prima tappa di un giro di vite contro chi non paga le tasse”. E in centinaia si aspettano “che questo non sia un caso isolato” e che la lotta all’evasione “continui in questo modo per molto tempo”.               (Carmine Saviano, fonte: la Repubblica.it)

04.01.12

 C’è una dj leghista, incavolata nera. Un dirigente dell’Udc, anche lui non esattamente contento. Esiste poi un nutrito popolo di cacciatori, che da amanti della doppietta si sono scoperti loro malgrado appassionati di politica. Soprattutto c’è un’indagine della Procura di Vicenza, ci sono i carabinieri pronti a sequestrare un po’ di carte, e probabilmente c’è un guaio o comunque non una cosa esattamente simpatica. Il prossimo congresso nazionale del Popolo della libertà, previsto per la primavera di quest’anno, non comincerà nel migliore dei modi. La procura di Vicenza ha aperto un’inchiesta sul tesseramento fatto in vista del congresso provinciale, che eleggerà i rappresentanti per l’assise nazionale. Il reato ipotizzato è il falso: molte di quelle tessere sarebbero fasulli. L’input è arrivato da un dettagliatissimo esposto anonimo finito pochi giorni prima di Natale sul tavolo del procuratore reggente Paolo Pecori. Nella denuncia si raccontava che molti dei sedicimila tessereati fossero stati iscritti al partito a propria insaputa. Si citava il caso di alcuni cacciatori, con l’unica passione per la doppietta e non certo per la politica. O almeno non per il Pdl. Per esempio Ivano Ivano Polo, leghista di Barbarano si è scoperto all’improvviso un supporter del siciliano Angelino Alfano così come Claudio Savegnago di Trissino, consigliere e padano di ferro: “Mi ha telefonato un dirigente del Pdl complimentandosi per il passaggio di partito”, racconta al Giornale di Vicenza “all’inizio sono caduto dalle nuvole, pensavo scherzasse, poi ho scoperto la verità. Ma con me sono cascati male, questa è una scorrettezza, anzi un falso inaccettabile. Io rispetto gli alleati ma sono deciso a tutelare il mio nome”. Ma di chi è la colpa? I carabinieri stanno cercando. Nell’esposto veniva citato europarlamentare Sergio Berlato, esponente di punta del Pdl della zona, che quasi sicuramente per puro caso è da anni un punto di riferimento per i cacciatori. Lui è indignato: “Basta a parlare di questi fantomatici brogli”. Ma c’è chi non la pensa come lui: l’ex ministro e governatore veneto Giancarlo Galan che non si fa problemi a dire che “porcherie come quella commessa da Berlato danneggiano gli ideali del partito, tradiscono la fiducia dei veneti, fanno del male a tutti. A gente così vanno tirate le uova”. Il segretario regionale del Partito democratico, Rosanna Filippin, aspetta l’intervento della magistratura. Intanto i carabinieri della sezione, guidati dal luogotenente Lorenzo Barichello, leggono l’esposto e fanno di conto: in pochi mesi nel vicentino sono state raccolte 16mila tessere quando invece un anno fa, quando il Pdl era il partito di maggioranza relativa nel governo, ne erano state sottoscritte poco più di duemila in tutta la Provincia. Forse c’è un problema. Forse.  (Giuliano Foschini, fonte: la Repubblica.it)

02.01.12

Ma in quale caspita di Paese può accadere che un diplomatico, console generale in Giappone, possa esibirsi in un locale come cantante nazirock, accolto dai militanti di casa Pound e da tante braccia protese nel saluto romano? Eppure è accaduto in Italia, protagonista Mario Vattani, figlio del più noto Umberto, grande capo delle feluche nazionali.

L’incredibile episodio non è stato scoperto dai funzionari del ministero, ma da una talpa che ha filmato, ha inviato in rete, ha scovato il cantante diplomatico nel covo dei nostalgici. Siti e blog hanno rilanciato, su twitter è partita la campagna “Via Vattani”. L’Anpi, la principale associazione dei partigiani, ne ha chiesto la immediata rimozione. A questo punto il ministero che nulla aveva ancora detto e tanto meno fatto, è stato costretto a prendere posizione e ad annunciare la apertura di un procedimento.

La mobilitazione, fuori e dentro la rete, ha dunque sortito un primo effetto, ora però bisognerà controllare che la procedura, dopo essere stata aperta sia anche chiusa con la assunzione dei conseguenti provvedimenti.

Sarà davvero il caso di non tollerare più che chi giura sulla Costituzione al mattino, possa sputarci sopra alla sera. Naturalmente il principio dovrà valere anche per quegli ex ministri che annunciano che: “la Padania si farà comunque, con ogni mezzo possibile…” La Costituzione, per fortuna, non è ancora stata abrogata. Oggi il ministero dovrebbe aver ripreso a funzionare a pieno regime, i funzionari e lo stesso ministro Terzi non dovrebbero avere difficoltà alcuna a reperire il materiale filmato, e a formarsi così una loro opinione sulla vicenda.

Naturalmente sarà il caso di decidere ora e subito e di comunicare l’esito della procedura di infrazione alla pubblica opinione e ai molti che si sono sentiti oltraggiati dalla esibizione nazirock e dall’annuncio proclama di Vattani: “La prossima volta vi porto una bandiera nera”. Siamo sicuri che non ci potrà essere una prossima volta, vero ministro Terzi?   (Beppe Giulietti, fonte: Il Fatto Quotidiano.it)

02.01.12

VIA DALL’ITALIA. In qualsiasi modo. In questo anno che si sta chiudendo, la Grande Fuga dei capitali all’estero – e parliamo soltanto di quella accertata dalla Guardia di Finanza – ha raggiunto gli 11 miliardi di euro, più o meno un quarto dell’intera base imponibile evasa individuata dai controlli (46 miliardi).                                                                                                                                               Di questi 11 miliardi, il 26 per cento è stato sottratto al Fisco attraverso società con sede legale all’estero e attività produttive stabili ma occulte nel nostro Paese. Il 18 per cento con l’antico strumento elusivo della cosiddetta “estero-vestizione” di società e persone fisiche, lo specchietto per le allodole necessario a fissare fraudolentemente oltre confine la residenza fiscale di chi le tasse dovrebbe pagarle in Italia. Il 17 per cento, con quel gioco di vasi comunicanti detto “transfer pricing”, la cessione di quote di reddito tra consociate con la cessione di beni o prestazione di servizi, per concentrare gli utili soggetti a tassazione sulla società del gruppo che gode di un regime fiscale estero di favore. Il 39 per cento, con “altre manovre evasive”. Ma c’è di più. Dal pozzo nero della nostra memoria degli anni ’70 e ’80 riaffiorano gli spalloni. Riempire una ventiquattr’ore destinata oltre frontiera con banconote da 500 euro (riescono a starcene fino a 12 mila pezzi, per un valore di 6 milioni di euro) è tornata ad essere un’opzione ricorrente. E, per quanto empirici, i dati dei sequestri di valuta negli ultimi tre mesi ai valichi normalmente utilizzati dagli spalloni (Ponte Chiasso e gli aeroporti di Malpensa e Fiumicino) crescono fino al 50 per cento rispetto alla vigilia dell’estate. Con picchi significativi tra ottobre e novembre scorsi, le ultime settimane dell’avventura berlusconiana, quando il Paese si è trovato dinanzi all’abisso del default (in questo periodo, soltanto al confine svizzero, sono stati sequestrati 2 milioni e 600 mila euro, mentre a Malpensa, si sono toccati i 3 milioni). La nuova stagione del governo Monti e la stretta fiscale sono evidentemente percepite come una minaccia. “E’ ben possibile – chiosa il generale Bruno Buratti, comandante del III reparto Operazioni della Guardia di Finanza – che l’esportazione illegale di valuta riprenda a crescere con dati statisticamente significativi”. …  (Carlo Bonini, fonte: la Repubblica.it)

02.01.12

Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati. Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità. E’ l’immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo “La rete globale del controllo societario” secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario.
Lo studio, pubblicato da New Scientist, prende in esame  le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società transnazionali (la cui punta di diamante sono proprio le 147) che esercita un potere enorme, “sproporzionato” lo definiscono i relatori, sull’economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della “mappa del tesoro”. Ma non si tratta della solita tesi complottistica utilizzata dagli analisti per spiegare il saliscendi di titoli che, più che seguire una logica, sembrano obbedire ai comandi della mano di un burattinaio. In questo caso ci troviamo di fronte ad un’analisi che non concede nulla alla speculazione e agli schemi ideologici, ma si basa esclusivamente su dati statistici. Lo studio, infatti, intreccia modelli matematici con un database delle aziende mondiali (Orbis 2007) ricostruendo reti di relazioni e partecipazione che costituiscono nodi di potere sui mercati globali, senza essere frutto di accordi sottobanco.
I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston)  infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità dell’intero sistema. In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perché, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell’economia del pianeta.
“Quali sono le implicazioni per la stabilità mondiale?”, si chiedono gli autori. “Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà, perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l’angolo”.
Per quanto riguarda l’Italia, oltre a Unicredito Italiano Spa tra i primi 50 gruppi di controllo, lo studio effettua uno screening della struttura del gruppo Benetton  che mostra le diramazioni del controllo della capogruppo alle subsidiaries, alle consociate a livello internazionale.   (Livia Ermini, fonte: la Repubblica.it)

02.01.12

Quando a scuola, da bambini, si cominciavano a conoscere i primi principi dell’ordinamento costituzionale, ci si convinceva presto che l’Italia era un Paese dove il Presidente della Repubblica poteva fare e decidere poco. Si formava così l’idea che da noi, a differenza di quanto accadeva altrove, il Presidente ricoprisse una carica poco più che simbolica. Un’idea ancora oggi presente in molti italiani adulti.

In realtà le diverse presidenze nella storia della nostra Repubblica hanno messo in luce come la prima carica dello Stato sia determinante anche per gli equilibri politici, pur se con molte varianti e diverse interpretazioni di ruolo di settennato in settennato. I discorsi di fine anno con cui i diversi Presidenti si sono rivolti ai cittadini sono assai significativi: rileggerli, ascoltarli e, quando possibile, riguardarli nei filmati Rai aiuta a comprendere l’evoluzione stessa del ruolo del Capo dello Stato, che procede di pari passo con i cambiamenti che si sono succeduti, a velocità anche molto diverse tra loro, in più di sessant’anni di storia repubblicana. Si chiamano “discorsi di fine anno”. Anche quello pronunciato sabato sera da Giorgio Napolitano non fa eccezione e, già disponibile sul sito della presidenza della Repubblica, ha questo titolo. Eppure, per molti versi, va letto più che altro sotto forma di discorso d’inizio anno, rivolto com’è a quanto, e tanto, il Paese dovrà fare in questo 2012 appena iniziato. Nelle parole di Napolitano la retorica svolge la sua funzione solo per rendere più incisivi i principi fondanti dell’azione istituzionale e politica di questa presidenza. Le interpretazioni violente venute dal solito schieramento, che del suo becero antinazionalismo continua a fare bandiera, meriterebbero di essere ignorate. Se non fosse per la palese piena appartenenza della Lega alla classe politica italiana, e non certo padana, di governo nazionale sino all’altro ieri, con ben scarsa identità peraltro; di opposizione giacobina oggi, tanto da mettere i panni un tempo indossati dai partiti di ispirazione comunista che si ergevano a difensori del lavoro e dei lavoratori. Giorgio Napolitano ha toccato tutte le questioni centrali, intorno alle quali si giocherà la buona riuscita del futuro del Paese. Ha sottolineato con franchezza per nulla retorica quelli che ha voluto definire “i limiti del nostro vivere civile”, ricordando ad esempio l’emergenza carceraria, il gravissimo e sempre più drammatico nelle sue conseguenze dissesto idrogeologico, la questione non più procastinabile della cittadinanza per i figli di immigrati, “che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare”. Ha sottolineato con durezza come sia indispensabile rivedere i nostri parametri, in un’Europa che rischia ogni giorno di essere sempre più marginale, ma che al tempo stesso non può contare ancora qualcosa in un mondo radicalmente diverso nei suoi equilibri se non sempre più unita. In questo il ruolo dell’Italia potrà tornare a essere importante e non gregario. Ha ricordato, già nella prima parte del suo intervento, la gravità della situazione per quanto riguarda la criminalità diffusa e organizzata, l’elevata corruzione, l’evasione fiscale. Tre punti che non potranno restare senza soluzioni almeno avviate, pena il rischio di una progressiva e fatale perdita di fiducia. …  (Bruno Simili, fonte: rivista  il Mulino.it)

 

 

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