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a cura di rosario senia

 

 

01/02/12

Gianni Riotta, Le cose che ho imparato, Mondadori 2011

“Volevo riconoscere la vita, scrivere, battermi per quello che mi stava a cuore, incontrare i personaggi che mi affascinavano, svegliarmi ogni giorno in una città diversa, camminare tra uomini e donne straniere, provare la solitudine del caffè bollente all’alba, servito da uno sconosciuto. Volevo prendere il mio corpo e la mia anima e metterli davanti alle prove più brutali, per vedere se e quando si sarebbero spezzati.”Come Pirandello e Vittorini, Gianni Riotta parte un giorno dalla natia Sicilia, perché “per vivere occorreva andare via”. È questa la prima tappa coraggiosa di un’avventura personale e professionale ricchissima, che ha le sue radici nell’”Isola” e che lo porterà poi in paesi remoti, facendogli incrociare i protagonisti della storia del Novecento: i sapori della Sicilia arcaica raccontata da nonna Anita, la scoperta della realtà della mafia, l’esame di maturità sotto gli occhi del “maestro Sciascia”, la passione per i grandi libri e i filosofi da cui scaturiscono i dilemmi e le domande più spiazzanti. E ancora: le lezioni sul coraggio di Leone Ginzburg e Primo Levi, gli Stati Uniti e New York, l’Iraq da inviato di guerra, Torino e i racconti di Mario Rigoni Stern e Vittorio Foa. Un originale viaggio nella memoria per riflettere su quello che vale la pena sapere e fare nel tempo della nostra vita. Tessendo i ricordi, Riotta conduce il lettore ai dubbi e alle speranze di oggi, in una cronaca familiare e politica dove il cibo di strada siciliano e il tè dei mujaheddin afghani a Kabul finiscono per insegnare una comune morale di compassione e tolleranza, dove sotto il fuoco di Tikrit tornano a risuonare le parole con cui Antonio Volpe, un vecchio amico d’infanzia, lo ammoniva durante i loro giochi di ragazzi: “Guarda alto Giovanni, testa alta”. Romanzo degli affetti che temiamo di aver perduto e insieme saggio sulle idee che ci dividono nel XXI secolo, Le cose che ho imparato è anche la confessione, candida e a tratti ironica, dello spaesamento di questa nostra stagione. Davanti allo scacco tra rassegnazione e risentimento populista, Riotta ricorda con un sorriso la battuta di un amico: “La vita è un film western americano degli anni Cinquanta. I cattivi vincono fino a cinque minuti dalla fine ma poi, bang, i buoni vincono”.

 

10/01/12

 Stefano Rodotà, Elogio del moralismo, Laterza 2011                                                                                                                                                     

Stefano Rodotà, da sempre attento osservatore delle vicende del nostro paese, ha raccolto in questo volume scritti e riflessioni su un tema fondamentale per il futuro dell’Italia: la questione morale e l’etica pubblica. Sono testi senza tempo, capaci di descrivere la realtà di ieri (come quella di Mani Pulite) tanto quanto quella di oggi. In questi anni il degrado politico e civile ha conosciuto accelerazioni impressionanti. Sono cresciute la scala della corruzione e l’accettazione dei comportamenti devianti. Abbiamo assistito al consolidarsi pubblico delle situazioni di illegalità/immoralità, con l’appannarsi di una politica che ha pensato di poter trarre profitto dall’affrancarsi da ogni controllo, senza accorgersi che in tal modo preparava i contraccolpi che sono puntualmente arrivati. Tra una politica che affonda e un populismo che di essa vuole liberarsi, bisogna riaffermare la moralità delle regole. Tra chi cerca di non annegare, chi grida si salvi chi può o chi si ribella con lo slogan ‘son tutti ladri’, Rodotà riafferma la moralità delle regole che trova il suo primo fondamento in una politica ‘costituzionale’, esattamente quella mancata in questi anni. Solo così il moralismo non è la rivolta delle anime belle, la protesta fine a se stessa, ma si incarna in azione e si fa proposta politica. Per passare dall’indignazione alla lunga lena che l’esercizio della moralità può consentire, è necessario recuperare il ruolo del moralista capace di tallonare gli immorali, tenere l’occhio aperto sulla folla di fatti minuti e indecenti, registrarli e denunciarli per il bene comune.                                                                                                                                                                                                      

17/11/10

Anna Pizzuti, Vite di carta, Donzelli Editore, 2010

«Signor questore di Frosinone non è stato possibile conoscere il luogo ove gli ebrei, qui internati, furono deportati». Così scriveva il sindaco di San Donato Val di Comino nel 1945, a poco meno di un anno dalla conclusione della vicenda dei ventotto ebrei stranieri che, a partire dall’agosto del 1940, erano stati internati dal regime fascista nel paese in provincia di Frosinone, al confine con l’Abruzzo. Sedici i deportati, di cui dodici deceduti nei lager nazisti, salvi gli altri grazie anche, in vari casi, all’aiuto ricevuto dagli abitanti del paese. Il lavoro di Anna Pizzuti – che da anni, mossa da intensa passione civile, insegue nelle carte le tracce della vicenda, rimasta a lungo sommersa, degli internati ebrei stranieri in Italia – ricompone le storie dei singoli e di intere famiglie che dal 1940 al 1944 entrarono, sia pure forzatamente, nella vita della piccola comunità di San Donato. Paradossalmente, la testimonianza più concreta di queste vite senza diritti, appese a un foglio, a un timbro, a una firma di un funzionario senza volto, ci viene restituita proprio dai documenti conservati negli archivi della burocrazia di Stato. Su questa documentazione si concentra il libro, e alla fine, attraverso un paziente lavoro di ricostruzione, la burocrazia stessa, da meccanismo stritolante, si trasforma in involontario e incancellabile strumento di memoria di ciò che è stato, nonostante le distruzioni o gli occultamenti. Anzi diventa la dimostrazione, tragicamente innegabile, che «questo è stato».

Anna Pizzuti è nata ad Alvito (Fr) nel 1949. È stata insegnante di italiano e storia. È autrice di una ricerca generale sull’internamento degli ebrei stranieri durante il periodo bellico, pubblicata on line nel sito www.annapizzuti.it, dove sono disponibili un database che contiene un elenco dettagliato degli internati, in continuo aggiornamento, e un’ampia sezione documentaria.

22/07/10

Alfredo Castelli – Mario Gomboli – Milo Manara,  Un fascio di bombe, Casa Editrice Q Press, 2010

E’ un’opera che segna una tappa fondamentale nell’impiego del fumetto come strumento di informazione. 1969. La strage di piazza Fontana dà il via in Italia a un palpabile clima di paura e di incertezza. Gli attentati si moltiplicano; la ricerca dei responsabili – ancora impuniti dopo quarant’anni – si muove soprattutto in direzione della “pista anarchica” . Solo nel 1975 comincia  a diffondersi con grandi difficoltà l’ipotesi che sia stata messa in atto la cosiddetta “strategia della tensione”, un cinico e sperimentato meccanismo che, diffondendo il terrore, garantisce il mantenimento dello status quo. Realizzato con efficacia da tre autori giovani ma già capaci di avvincere e coinvolgere i lettori e distribuito gratuitamente in 600.000 copie, Un fascio di bombe fu voluto nel 1975 da un Partito socialista italiano, ancora lontano dagli scandali che ne avrebbero decretato la fine vent’anni dopo. Riproposto in una fedele ristampa, mantiene viva la sua attualità, evidenziando come il diffondere la paura sia una strategia sempre pronta ad essere impiegata da ogni forma di potere, ad ogni livello. I tre autori di Un fascio di bombe, allora meno che trentenni, sono oggi riconosciuti come autentici Maestri del fumetto.  Alfredo Castelli ha creato Gli Aristocratici e Martin Mystère, il Detective dell’impossibile, presente in edicola dal 1982.  Mario Gomboli alterna l’attività di affermato autore di libri per bambini a quella di direttore editoriale di Diabolik, proseguendo l’attività delle sorelle Giussani.  Milo Manara è uno degli autori italiani più conosciuti e letti nel mondo: con la sua rappresentazione della figura femminile ha segnato l’immaginario collettivo, così come con la totalità della sua opera ha segnato il fumetto contemporaneo.

15/04/10

Francesco Cascini ,  Storia di un giudice,  Einaudi Editore, 2010

Le parole del procuratore ci annunciavano che stavamo per scendere in guerra. Con pochi uomini, poche risorse, pochi mezzi, nessuna possibilità di vittoria. Ci descrivevano un nemico sotto casa, gente che si incontra al bar, un lavoro molto diverso da quello che si fa in altre procure italiane.   Il procuratore diceva frasi solenni, le sue erano parole allarmanti, eppure il tono che usava era ordinario, non aveva nessuna concitazione. Sembrava che quella guerra non lo coinvolgesse più di tanto. Forse si era abituato, forse non la sentiva una guerra sua, forse sapeva di averla persa.                                                                                                                                                               A 26 anni, magistrato napoletano, riceve il suo primo incarico come pubblico ministero a Locri. Una procura in terra di guerra controllata dalla ‘ndrangheta. Ci arriva pieno di entusiasmo ma anche spaventato e pineo di dubbi. Nel suo primo libro, il magistrato in modo asciutto, lineare racconta la sua esperienza, le sue vittorie, i momenti di sconforto, l’umanità dei colleghi e la violenza criminale. Una realtà dove in cui sette omicidi in sette giorni sono la norma se è in corso una guerra tra clan e un procuratore della Repubblica, per prima cosa, deve abituarsi non alle aule dei tribunali ma all’odore nauseante dell’obitorio. Questa è la Locride, il centro della ‘ndrangheta calabrese, che ne controlla il territorio in modo così capillare che a San Luca, il paesino dell’Aspromonte al centro delle cronache degli anni Ottanta per i sequestri di persona, la notte di Capodanno si festeggia sempre allo stesso modo: sparando a pallettoni su tutti i simboli dello Stato, caserma dei carabinieri compresa. Con Storia di un giudice Cascini prova a raccontare cosa significa essere un rappresentante dello Stato nella terra della ‘ndrangheta, e per farlo rinuncia ai facili moralismi e alla retorica per privilegiare uno stile diretto. E alla fine è impossibile non condividere le parole dell’autore:  «La sensazione di trovarsi in mezzo a  una guerra prendeva sempre più corpo. Una guerra di cui non fregava niente a nessuno». (fonte: La Voce Libera, newsletter di approfondimento dell’Associazione Libera)

20/08/09

Il suono e l’inchiostro, Poesia e Canzone nell’Italia contemporanea, a cura del Centro Studi Fabrizio de André (Chiarelettere editore, 2009)

Un viaggio nel ritmo dell’Italia contemporanea. Un libro per scoprire il dialogo tra poesia e canzone attraverso le parole di studiosi, giornalisti e artisti, che rflettono sui modi e le forme in cui le due arti si confrontano tra loro, ma anche con alcune forme contemporanee di spettacolo e di performance. Oltre a interventi di artisti come Teresa de Sio, Sergio Berardo, Aldo Nove, Samuele Bersani, Elisa Biagini, Lello Voce, Frankie Hi NRG Mc, Rosaria Lo Russo, Franco Loi, Enrico Ruggerei, Salvatore Niffoi, David Riondino e Roberto Vecchioni, il libro riproduce alcuni autografi di Fabrizio De André attraverso i quali è possibile ripercorrere i suoi processi creativi.    “Noi dai cantautori abbiamo traslato, copiato, alluso, parodiato, tradotto e, soprattutto, cantato, per dire in privato, con parole rubate, cose che a pensarle non sono mai così chiare.”  Marco Paolini    -     ( dalla quarta di copertina)

20/07/09

David Mendell, Obama, Storia dell’uomo che fa sognare l’America  (Cairo Editore, 2008)

Quello di D. Mendell, che ha seguito per nove mesi come giornalista del Chicago Tribune la campagna elettorale di Obama per la carica di senatore dell’Illinois nel 2004, è un viaggio accurato e appassionato teso alla conoscenza di un individuo che nel giro di pochi anni è balzato all’attenzione dell’opinione pubblica prima americana e poi mondiale. Un contributo fondamentale lo aveva dato lo stesso Obama che nel 1995 pubblicando I sogni di mio padre  aveva voluto fare i conti con le proprie radici, avendo  lo stesso un padre africano, del Kenya, e una madre americana, del Kansas. Proprio l’essere di sangue misto  provoca una sorta di crisi esistenziale in  Obama, quand’egli, superata l’età adolescenziale dedita soprattutto alla pratica dello sport (il basket), comincia a guardarsi intorno e a riflettere sul rapporto tra neri e bianchi negli U.S.A. Dal libro, che è anche una meditazione su un genitore morto e che dedica non poca attenzione alla madre definita “lo spirito più gentile e generoso che abbia mai conosciuto”, emergono già i  temi fondamentali del suo pensiero politico e cioè ”l’ottimismo e il multiculturalismo, la fiducia contrapposta alla disperazione, la speranza dopo secoli di lotta, l’armonia tra popoli di tutte le razze e culture e tra famiglie di ogni genere”.  Assecondato dalla moglie che conosce le indubbie qualità, la grande autostima e la forte ambizione del marito, Obama, dopo essere stato organizzatore di comunità nei quartieri più poveri di Chicago e aver frequentato le migliori scuole di legge del paese con risultati eccellenti, viene eletto all’Assemblea legislativa dell’Illinois per tre mandati. Ed è con questa carica che decide di concorrere al seggio senatoriale nelle file dei democratici per le elezioni del 2004, nonostante l’insuccesso subìto  alle primarie del 2000, “il suo primo grosso sbaglio politico”, a giudizio di Mendell. Si affida per questo alla consulenza politico-pubblicitaria di D. Axelrod e poi di altri collaboratori e al denaro della famiglia Pritzker (che consente la costituzione di una rete di raccolta di fondi).  Un momento fondamentale di questa corsa è la scelta del partito di affidargli il discorso di apertura che pronuncia il 27 luglio del 2004 a Boston alla convention democratica. Come candidato al Senato per lo stato dell’Illinois egli aveva il compito di risollevare le sorti del partito che si affidava a J. Kerry per la sfida, poi persa, con G. Bush. La sua scelta  vuol far capire alle élite dei media che si tratta di qualcuno su cui il partito vuole puntare per il futuro. Costruendo il suo intervento  a partire da due precedenti discorsi di apertura di grandi oratori democratici, quello di M. Cuomo del1984 e quello di A. Richards del 1988, egli si richiama  alla filosofia dell’amata madre che credeva nell’esistenza di una comunità comune  dichiarando che “non esistono un’America liberale e un’America conservatrice: esistono gli Stati Uniti d’America. Non ci sono un’America nera e un’America bianca, un’America latina e un’America asiatica: ci sono gli Stati Uniti d’America… Siamo un unico popolo” .  La platea ascolta con commozione  le sue parole, che raggiungono anche tutti gli schermi televisivi della nazione.  Obama fa centro. Nel novembre di quell’anno egli vince le elezioni con largo margine (lo slogan di un video prodotto per l’occasione iniziava con le celebri parole: Sì, noi possaiamo). Durante gli ultimi due anni, nota Mendell, ”la sua innovativa figura politica riuscì a fare ciò che sembrava impensabile: trascese la razza nel momento in cui la incarnava; tese la mano ai conservatori mentre incantava i progressisti; sedusse gli spietati giornalisti che si occupavano di politica interna,  con la sua aria di novità, l’intelligenza, l’affabilità; divenne icona e simbolo d’orgoglio per milioni di americani neri; e si affermò come importante voce nazionale del partito democratico. Fece propria la visione ottimistica che gli aveva instillato la madre e cioè che nel profondo tutti gli esseri umani sono accomunati dalla compassione e dalla generosità di spirito e ne fece un avvincente tema politico. Offrì poi questo tema della riconciliazione come strumento di salvezza a una repubblica politicamente e culturalmente frammentata”. Da qui in poi lo staff di Obama si preoccupa di stilare un piano di lavoro per i suoi primi due anni al Senato, con l’obiettivo di far arrivare il senatore al ciclo di elezioni del 2007-2008 nella posizione più solida possibile. I suoi interventi possono apparire per il tono equilibrato e prudente ( un capitolo del libro è intitolato “Uno scatto al centro”)  distanti da quelli tenuti in anni precedenti e per questo  non graditi a tanti democratici, soprattuto di etnia nera. Così per esempio sulla tragedia dell’uragano Katrina (v. pag. 336-337 del libro). Ma si fa torto ad Obama se non si ricorda quanto dice nel giugno 2005 al discorso inaugurale del Knox College e cioè che “il modo migliore per fare attenzione l’uno all’altro è attraverso il governo: rafforzare le scuole pubbliche, dare assistenza medica a tutti i cittadini e dedicare tempo al servizio della comunità invece che concentrarsi nella vita solo a fare un mucchio di soldi”. Certo alle parole devono poi seguire i fatti. Ma non dubitiamo che l’ uomo (il cui nome in lingua swahili significa benedetto da dio), che già nell’ottobre del 2002, alle Hawaii tenne un discorso sulla propria contrarietà alla guerra in Irak e che come organizzatore di comunità aveva scoperto che il suo agnosticismo, in una terra così religiosa lo relegava in una posizione isolata, così da spingerlo a passare dalla curiosità per la religione all’osservanza cristiana, manterrà fede ai suoi impegni. Del resto è lui stesso in qualche modo a garantirlo quando si paragona a LeBron James, il teenager dal talento straordinario che a quel tempo faceva furore nella National Basketball Association. “Sono in grado di giocare a questi livelli. Ho la stoffa”

Gherardo Colombo,   Sulle regole,   (Serie Bianca Feltrinelli, prima ed. marzo 2008)

Gherardo Colombo si è dimesso dalla magistratura nel 2007, ma non ha smesso di occuparsi delle cose italiane, anzi si è dimesso perchè ha pensato fosse più proficuo, al fine di formare una coscienza civile, rivolgersi direttamente ai propri concittadini dibattendo nelle scuole, nelle università, nelle parrocchie, nei circoli e in qualunque altro posto venga invitato i problemi fondamentali del vivere civile. Affianca a questa attività quella di scrittore.  Ha pubblicato nel 1996 “Il vizio della memoria”, in cui ripercorre le inchieste giudiziarie degli anni ottanta e novanta in Italia, non nascondendo il timore “che la memoria non sia tenuta in conto.. da chi vuole contrastare la corruzione e riaffermare un modo di vita civile. Il timore che anche le persone per bene non abbiano sufficiente memoria”. Il che lo conduce a concludere che, se fosse così, “questo paese è in un vicolo cieco”.   Inizia così il suo nuovo libro: ” Questo è un paese immaginario. All’angolo di una via c’è una salumeria. Entra in negozio un vigile urbano, ha il compito, tra l’altro di verificare la bilancia. Dopo alcune allusioni, mezze frasi, e occhiatine, il vigile esce con un paio di borse della spesa ricolme. Le ha avute gratis e in cambio non ha controllato nulla. Il negoziante può continuare a vendere la carta della confezione allo stesso prezzo del prosciutto”.  E va avanti con altri esempi.  Eccone alcuni.   Quello dell’idraulico che, dopo aver aggiustato il rubinetto, non ti fa lo sconto se desideri la fattura. Quello di un esponente di un grande partito che riceve una borsa dal dirigente dell’impresa capofila nella costruzione della metropolitana, borsa che contiene le tangenti raccolte fra tutte le società che partecipano ai lavori. Chi le riceve chiama al telefono i colleghi degli altri partiti che contano per avvisare che si vedranno l’indomani per spartirsi il denaro secondo tariffe prestabilite, un tanto a ciascuno, variabile percentualmente a seconda del peso politico.
Quello dell’ospedale civile in cui “vengono impiantate valvole cardiache che si dimostreranno difettose, il cui acquisto era stato accompagnato (anche quello) da tangenti”.   Quello dell’ispettore del lavoro che, venuto a visitare un cantiere edile per controllare che siano presenti e adeguate le misure antinfortunistiche, riceve in mano un elenco di oggetti (elmetti, cinture di sicurezza, scarpe antiscivolo) e una busta (di soldi). Compila così la sua certificazione di regolarità del cantiere e se ne va.  ” Trionfano il sotterfugio, la furbizia, la forza, la disonestà sotto l’apparenza delle leggi uguali per tutti, del rispetto per ogni diritto di base”, annota amaramente Colombo.Tuttavia delle regole non si può fare a meno. Termini come regola, legge, legalità sono, però, neutri, e il loro significato può variare indefinitamente in base al contenuto che esprimono. Ad esempio “leggi erano quelle che prevedevano la schiavitù o quelle che discriminavano gli ebrei, e leggi sono quelle che prevedono, ancora in tanti stati, la pena di morte. Altrettanto, leggi sono quelle che prevedono la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, e leggi sono quelle che escludono, oggi in gran parte degli stati, la pena capitale”. Per dare un senso concreto alle parole regole, legge, legalità bisogna, perciò, guardare al loro contenuto.  Da qui parte l’itinerario di Colombo che indaga sulle ambiguità della giustizia. Indagine su cui si sofferma nella prima parte del suo lavoro, discutendo, tra l’altro, del rapporto tra diritto (cioè il contenuto delle leggi) e giustizia, tra diritto e natura umana, e sull’approdo finale trovato non in base al contenuto delle leggi, ma in base alla procedura osservate per crearle. Non manca una riflessione sui cambiamenti radicali nell’assetto dello stato che hanno accompagnato la legittimità acquisita dal diritto attraverso paternità e procedure.   Nella seconda e terza parte del libro Colombo parla di società verticale e di società orizzontale, sostenendo che la scelta verso uno dei due tipi di società deriva da quale contenuto vogliamo dare al termine giustizia, che a sua volta deriva da come intendiamo le relazioni umane. Si è convinti che la vita degli esseri umani sia condizionata dalla stessa legge che Darwin applica alle altre specie viventi? Per costoro la società verticale è quella da preferire. Pensiamo a quante volte nel corso della storia la subordinazione e la discriminazione sono state giustificate in base ad una pretesa inadeguatezza a essere collocati sullo stesso gradino degli altri (apartheid in Sudafrica, Germania nazista, Unione Sovietica). Ma anche in stati non dittatoriali può accadere che la selezione per coprire certi incarichi derivi da un’idea di competizione.”Chi vince sale nella scala delle gerarchie; chi perde scende”.Questo tipo di organizzazione è durato a lungo, fino a poco tempo fa, quando si è affacciata con forza la concezione di una società orizzontale, basata sull’idea che “l’umanità si promuova attraverso un percorso armonico in cui la collaborazione di ciascuno, secondo le sue possibilità, contribuisce all’emancipazione dei singoli e al progredire della società nel suo insieme”. E’ un modello organizzativo quello della società orizzontale che “prevede una distribuzione omogenea dei carichi e delle possibilità, dei doveri e dei diritti, in particolare di quelli fondamentali, vale a dire quelli che costituiscono la base per un’esistenza dignitosa e il presupposto per l’emancipazione dell’individuo”. Un modello verso cui, a parere di Colombo, la società deve tendere e per questo egli smonta tutte le obiezioni che gli si possono muovere, non mancando, tra l’altro, di sottolineare come la Costituzione italiana, prima ancora che fosse enunciata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo (10.12.1948) i cui principi fondano una società di tipo orizzontale, sia ispirata alle stesse convinzioni. Anche quando il sistema formale sia organizzato in senso orizzontale può accadere, però, che esista allo stesso tempo “un ordinamento sommerso con regole proprie che contrastano con quelle ufficiali…trasformando nella sostanza l’organizzazione sociale da orizzontale in verticale”. A tal proposito il nostro ricorda quanto accaduto in Italia agli inizi degli anni novanta riguardo al sistema di corruzione che legava imprese e partiti politici.  Tanti sono gli elementi che  favoriscono l’organizzazione della società in senso verticale. In primo luogo le resistenze di quelli che occupano posizioni di privilegio e non vogliono abbandonarle, poi la tendenza a delegare in bianco scaricando su altri ciò che compete a noi stessi senza interessarsi di come questi usino la delega, infine la tendenza ad escludere di dover dar conto delle proprie azioni quando queste sono compiute su consiglio o per ordine dell’autorità, di qualsiasi genere essa sia.   Ma non è ineluttabile la vittoria di questo tipo di organizzazione, se solo ci si richiama al senso di responsabilità (di questo ragiona Colombo nell’ultima parte del suo libro) che ciascuno dovrebbe assumersi, rispondendo così a ciò cui si è chiamati nell’organizzazione sociale. Perché le istituzioni siamo noi ed esse risultano vive dal comportamento dei singoli individui, nonché cittadini. Solo così, maturando nella propria intimità una cultura opposta a quella prevalente si può “tendere al modello sociale basato sul riconoscimento dell’essere umano,..si allargano le possibilità di vedere se stessi e ognuno degli altri come soggetti e non come oggetti; di essere liberi e non sottomessi, cittadini e non sudditi”. Si tratta di un percorso infinito,nel quale, conclude Colombo, prima e più della meta, conta il modo di essere sulla strada, la coerenza di ogni gesto e di ogni parola rispetto al risultato finale”.

B. Severgnini,  Italians,   Rizzoli editore, prima ed. ottobre 2008

Un libro davvero originale quello di B. Severgnini, prolifico scrittore di best seller oltre che giornalista di punta del Corriere della Sera. Grazie al suo fortunato forum “Italians”, che tiene al Corriere ormai da dieci anni, Bsev è entrato in contatto con coloro che raccontano e commentano il mondo così come si presenta ai loro occhi nei luoghi in cui hanno scelto di vivere. Ha deciso così di andarli a trovare per conoscerli meglio, mangiando con loro una pizza.  Circa ottanta gli incontri, e ottanta le pizze, che hanno consentito a Severgnini di darci uno strepitoso affresco degli italiani che vivono all’estero, ma anche un ritratto agrodolce dell’Italia vista da lontano. Europa, Asia, Africa, Americhe, Oceania, il viaggio ha toccato i cinque continenti, anche se le tappe più frequenti sono quelle europee, con un’ncursione anche in due città italiane. Bsev è abile nel saper tratteggiare con pochi tocchi i caratteri di un territorio e di un popolo, presso cui incontra i nostri concittadini emigrati.  Qualche esempio.
A Pechino per i Giochi del 2008, a sottolineare la luce diversa che lo ha accolto rispetto a quella del 1988 a Seul, è colpito dalla cappa biancoumida che avvolge la città, il cui cielo azzurro purissimo che aveva affascinato Moravia negli anni ’60 è lassù, nascosto. Si chiede poi quante ore lavorino i cinesi e racconta  di un collega che gli ha riferito che alle tre del mattino, in un salone massaggi, la ragazza gli si è addormentata sul piede.
Incontrando quaranta connazionali a Varsavia dice che “se gli americani un tempo correvano a ovest per trovare opportunità, gli italiani oggi vengono a est per trovare stimoli:un mercato nuovo o manodopera meno cara, un lavoro diverso o gli occhi di una ragazza (spesso, queste cose insieme)”.
A proposito della Germania, in cui due volte si è incontrato con i nostri concittadini (40° e 41° Pizza, Monaco di Baviera,Norimberga, ottobre 2005), tiene a sottolineare che anche in questo paese “la corruzione c’è, in politica e negli affari. Però viene condannata, perseguita, punita; e la Germania funziona”. In Italia essa “è in aumento: Lo sappiamo tutti, ma non ne vogliamo più sentir parlare… Ci comportiamo come quel tipo che ha un foruncolo sul naso ; invece di curarselo, decide di non guardarsi più allo specchio…Così si spiega il crollo di popolarità dei magistrati”.
Concludiamo ricordando l’incontro avuto da Bsev con gli italiani a Boston il 1° maggio del 2000. Italiani che si sono fatti valere  nelle varie professioni o che ancora studiano, perché ricchi di talento, desiderosi di lavorare e preparati.Ciò induce Severgini a concludere amaramente che “in Italia conta ancora troppo chi sei e chi conosci. I concorsi universitari sono scandalosi: ma neppure i migliori hanno il fegato d’intervenire. Preferiscono salvare la coscienza  (e gli allievi) creando zone virtuose, e collezionare lauree honoris causa”.

Candido Cannavò,  Pretacci,   -  pref. di G.A.Stella,   Rizzoli editore, prima ed.marzo 2008

E’ molto triste dover parlare di un libro scritto da una persona davvero rara, gentile e dalla grande umanità come Candido Cannavò a poche ore dalla sua immatura scomparsa. In questo che, probabilmente resterà l’ultimo suo lavoro dato alle stampe, il nostro ci conduce dentro l’ “altra” Chiesa. E’ l’ultima parte di un trittico che si è snodato nel corso di quattro anni per incontrare le persone meno fortunate o che conducono una vita da trincea e che ha prodotto nel 2004 “Libertà dietro le sbarre” e nel 2005 “E li chiamano disabili”. Non deve certo meravigliare l’incursione di Cannavò in un mondo così lontano dai suoi trascorsi sportivi (è stato direttore della Gazzetta dello Sport dal 1983 al 2002), perchè l’attenzione ai problemi sociali era nata tuttuno con gli inizi della sua attività giornalistica quando aveva pubblicato, tra l’altro, un libro bianco sulla malasanità meridionale dal titolo “I lazzaretti di Sicilia”. In questo libro Cannavò compie un viaggio tra i preti che interpretano la diffusione della Parola in modo combattivo perchè “il Vangelo è combattimento, è sfida agli stereotipi, ai luoghi comuni, alle convenienze”. Preti spesso scomodi, come il capostipite a cui un pò tutti dicono di richiamarsi: don Lorenzo Milani. Il parroco di Barbiana che incitava i pastori di anime a non aver timore di “star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo”. Avverte nell’introduzione di aver sentito l’esigenza di scrivere il libro dopo un faccia a faccia con don Gino Rigoldi sotto la Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Lo colpirono queste parole dette dal prete: “Cristo era sulle strade, con i poveri, gli storpi,le prostitute, gli ammalati. Non c’è traccia nel Vangelo del fasto del Tempio, delle sue sovrastrutture, delle mitre in testa e degli anelli da baciare e tanto meno dei rapporti con un potere molto lontano dalla vita reale”. E così si è messo in viaggio a cercare i suoi preti “da marciapiede”, non in macchina come un suo predecessore alla Gazzetta, che “viaggiava con due auto, una delle quali destinata al seguito”, girando l’Italia in treno. Cannavò ha il merito di raccontare in presa diretta la vita quotidiana dei “suoi” preti e di sottolineare le mille difficoltà, ma l’altrettanto forte determinazione di ciascuno a portare avanti la missione che hanno scelto per star vicino alle persone più in difficoltà che vivono nel nostro paese. Raccontare il cammino, la fatica e l’opera di preti, da don Gino Rigoldi a don Andrea Gallo, da don Oreste Benzi a padre Alex Zanotelli, da don Luigi Ciotti a don Albino Bizzotto, solo per citarne alcuni, è stata, dice C .Cannavò, “una rigenerante esperienza, un cammino d’amore e una lezione pratica di Vangelo. Mi è arrivata addosso un’ondata di fedeltà e coraggio. Non finirò mai di esserne grato alla vita e alla Chiesa “vera” che ci rimane e ci affascina”.

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